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Da "Oggi", gennaio 1987

A vent'anni dal suicidio di Tenco, Dalida per la prima volta racconta ciò che accadde davvero a Sanremo

Mi angoscia ancora quel dubbio: potevo salvarlo?

"Penso spesso che se avessi convinto Luigi a non rientrare in albergo", dice la cantante francese, "forse oggi sarebbe vivo. Ma poi mi dico che uno come lui non era destinato a subire altre umiliazioni dal tempo. Si presentò al Festival pieno di whisky e tranquillanti e Mike Bongiorno dovette buttarlo a forza sul palco. Neppure io riconobbi in quell'uomo spaventato il ragazzo col quale avevo finalmente trovato l'amore".

DALIDA FUORI DAL CASINO' DI SANREMO Parigi, gennaio

"Non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà". Per lei il mondo non è però mai cambiato. L'euforia di un domani diverso stava rovinandola ma ha finito per distruggere Tenco. Dalida sostiene infatti che se adesso Luigi tosse qui, sarebbe costretto ad accettare l'onta della realtà. Per questo il cantautore, annullato in fretta dai critici, morì suicida al Festival di Sanremo, edizione 1967, esattamente vent'anni fa. Per sottrarsi all'emarginazione del mondo musicale. Per non sconfessare i suoi sogni troppo grandi, i propri lamenti di speranza e di protesta. Né deve trarre in inganno il fatto che oggi, qui a Parigi, si respira lo stesso clima di contestazione di allora.

Questi "sessantottini dell'87" ripropongono ribellioni al sistema e insoddisfazioni esistenziali, argomenti preferiti dal geniale cantautore ligure. Curiosa coincidenza, non le pare? Dalida, capelli color fuoco, sorriso zingaresco, carica di fatalità come da innamorata di Tenco, ammonisce: "A quell'età si vive di improvvisazioni, di grandiosità e di gesti che sbalordiscono. Poi ciascuno riceve la propria legnata. Succede quando ci si accorge che, purtroppo, siamo noi a cambiare, oltraggiati dalle circostanze e dai ricatti della realtà".

Dalida parla di sé: "Ho imparato ad accettare il tempo che passa. A 53 anni so bene cos'è la vita. Eppure per la gente io ho tutto, o almeno così sembra leggendo i giornali di qua. "La cantante è impegnata come protagonista del film II sesto giorno", scrivono. E giù un osanna di lodi. La verità è che non sono mai riuscita a difendermi dal successo. Sono invincibile nel lavoro, ma il mio privato è un fallimento. Sono una donna sola. Cercare un compagno? Che senso ha?".

Un po' a disagio, Dalida vince il naturale pudore e rivela: "Nessuna storia d'amore è paragonabile a quella che ho vissuto io con Luigi Tenco. È il compagno del quale mi sento vedova. Dio mi perdoni se non ho avuto il tempo di capirlo, di proteggerlo fino in fondo. Lui era il mio istinto, la mia vocazione musicale. Mi sentivo presa dal quel "rivoluzionario" che nel '64 aveva abbandonato il Partito comunista perché, diceva, "i rossi si son tutti sbiaditi". O che aveva interrotto gli studi d'ingegneria perché sosteneva: "Io non costruirò mai ponti e case solo per far accumulare quattrini ai potenti. Meglio che nelle case arrivino le mie canzoni". Come tutte le persone romantiche che rifiutano di crescere, lui era il mio uomo ideale. Come non rimanerne soggiogata psicologicamente? Era un fiume in piena del quale io pretendevo invece di arginare l'impetuosità. Mi sono accorta troppo tardi che avrei dovuto aiutarlo".

Quasi un senso di colpa. E in questa villa di rue D'Orchampt, a Montmartre. Luigi Tenco è diventato il ritratto più familiare a Dalida. È la sua ultima fotografia. Con quell'aria improvvisamente indifesa mentre canta Ciao amore, ciao nelle luci della festa.
Dalida perde ogni resistenza e rivela le proprie pene uscendo da una lunga eclisse. Vent'anni non sono venti giorni. Ma ricordare non le costa fatica. Chissà quante volte ha ricomposto scenari di questa storia. Dice: "Con la fantasia invento i nostri incontri. Lo rivedo per aggiungere manciate di minuti, di giorni a quei ventott'anni finiti con una crocifissione. Piuttosto ribaldo, mi ripete versi da me già sentiti, quelli del poeta Rimbaud: "Tutto quello che ci insegnano è sbagliato". Che carattere! Allora io trovo pace, convincendomi che Luigi non poteva invecchiare a mediocre livello. Lui somiglia agli eroi, ai quali il destino toglie l'umiliazione della vita terrena e il disagio del progressivo declino fisico".

Ma cos'è che l'ha stregata in questo modo di Tenco? "Indubbiamente il carattere", risponde.
"Era divertente con chi conosceva e scorbutico con quanti gli risultavano estranei. Con me, anche nell'intimità, là dove le persone si tolgono la maschera lui, accidenti, alla confidenza preferiva insopportabili silenzi. Era bello e sempre corrucciato proprio come i versi delle sue canzoni. Mi appassionò il fatto di scoprirlo continuamente imprevedibile.
Cambiava umore, ribaltava sensazioni al punto di rimettere continuamente in discussione tutto quanto credevo di aver capito di lui.
Quegli improvvisi tuffi al cuore mi permettevano di trovare una perfetta fusione. Immutabile restava soltanto la sua onestà. Perfino esageratamente onesto. E rigido di principi. L'abbiamo perso anche per questo. Luigi ha pagato più del dovuto le proprie innegabili virtù"
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Il racconto va lontano, fino al primo incontro dei due protagonisti di questa drammatica storia d'amore. "Mi trovo negli studi di registrazione di una casa discografica", racconta Dalida. "È un pomeriggio di un giorno d'agosto del 1966 e a Roma c'è un caldo intollerabile. Sono lì per incidere "Pensiamoci ogni sera" un accattivante motivo di Morricone. Appena posso, però, scappo al bar, dove capita l'occasione che mi presentino Luigi. Lo vedo e resto come colpita da un lampo paralizzante.
Dico sì a tutto quanto mi propone, senza riflettere. Dietro la mia immagine della cantante di successo c'è in realtà una ragazza desiderosa di una relazione equilibrata. Ma la stretta di mano di Luigi equivale a una scossa elettrica. Divampa subito la passione. Entro in quel fiume di emozioni alla stregua di un ruscello che non può sfociare altrove. Sono irresistibilmente attratta da lui. Insieme facciamo passeggiate romantiche mano nella mano. Andiamo al cinema o in qualche pizzeria oppure tiriamo tardi in casa di Miranda Martino il cui uomo è Lavagetto, ligure come Tenco. E proprio li io e la Martino esortiamo Luigi a essere un artista meno intransigente. "Bisogna sempre scendere un po' a compromessi nell'ambiente in cui si lavora e dove si vuole trovare fortuna", gli ripetiamo. Ma a queste parole, di colpo svanisce la sua allegria. -Ah, io dovrei cercare nuovi rapporti con la società? Ma neanche per sogno! Mica sono una donna di spettacolo come voi"
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DALIDA SUL PALCO DEL FESTIVAL Dalida all'epoca ha già avuto tanta fortuna. È ricca, è in ascesa, firma grossi contratti. Con la fascia di miss Egitto era volata dieci anni prima sul fantasmagorico set di Parigi. L'aveva convinta il regista Marc Di Gastine: "Sarebbe un peccato imperdonabile se una donna così bella e di talento come tè continuasse a rimanere al Cairo, vietandosi soddisfazioni artistiche che non mancheranno di arrivare". Aveva visto bene il suo Pigmalione.

La sua fama cresce anche all'estero. Questa vedette, nata in Egitto ma di origini calabre, diventerà un'artista di rango anche in Italia. Infatti, nei giorni del coup de foudre con Tenco, due canzoni da lei interpretate. Marina e Bang Bang, occupano i primi posti della nostra hit parade. Ma al top arriva ballando e cantando il sirtaki in "Zorba il greco".

Brava? Altro che. Ed è bella come una Madonna. Inoltre ha uno stile e una sensualità ambigua e misteriosa che sa sprigionare ad arte quand'è in scena. Agli italiani basta vederla per sentire i brividi. Gli stessi brividi che prova Tenco appena la conosce. Finora lui l'amore se l'è inventato per non morire di noia. "Ma che ci fa con una signora tanto raffinata?", insinuano i conformisti. E sono tanti. Tenco lo sa bene e tiene all'oscuro della sua storia amici e parenti.

E Dalida? "Luigi, se tu mi vuoi bene, è quanto mi basta". Da donna coraggiosa e incosciente è disposta per lui a giocarsi anche il successo. Tutti e due non pensano mai che la sorte è in agguato. L'enigma del loro disperato futuro si chiama Sanremo. Ma perché Luigi Tenco s'è lasciato coinvolgere? Per tentare di sbarazzarsi delle proprie inquietudini, hanno scritto. C'è chi incolpa Dalida per aver subordinato la propria presenza festivaliera a quella dell'innamorato.

In verità, com'è andata? Dalida, ormai libera da ogni suggestione, azzera troppe ricostruzioni fin qui fatte e racconta con amarezza il grande sogno irrealizzato: "In quell'estate romana del '66 la preoccupazione di noi due è soltanto quella di alimentare con sorprese e con tante tenerezze la nostra "luna di miele". Certo, gli ho confessato il mio desiderio di poter cantare qualche suo motivo.
A ottobre o novembre, viene ospite a casa mia, a Parigi, assieme a Paolo Dossena. Mi dice: "Eh, Yolanda, ho scritto una canzone. Dovrebbe andare a Sanremo. Ascoltala bene e di ciò che pensi". La sua voce incerta rende struggente il testo di Ciao amore, ciao. "Senza dubbio è valida", rispondo. E aggiungo: "C'è una storia, c'è un messaggio. Vedrai che andrà bene". Non è vero che ha avuto vari rifacimenti. Luigi l'ha limata, perfezionata come si fa con un romanzo. Ha cercato toni sempre più appropriati a quel rimpianto per la civiltà rurale, a un mondo ormai andato"
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Finalmente Tenco si sente diverso, lusingato dall'idea del riconoscimento popolare. Per lui, questa volta, davvero il mondo cambierà. Per questo è soddisfatto della conoscenza con Yolanda Gigliotti, in arte Dalida.

Con lei, baci e momenti di estasi. La cantante ricorda: "Mi sento completamente alla deriva, in balia di un sognatore imprendibile. Mi regala il ricordo più bello: una notte non bada a percorrere 600 chilometri in macchina per veder spuntare l'alba assieme a me. Il nostro rapporto è incatenante. Chi ci conosce bene dice che sembriamo gli unici amanti su questa terra. Maledette fantasticherie! Questa vita non va mai presa troppo sul serio, è un grottesco girotondo".
Adesso la confessione di Dalida sposta le immagini su Sanremo. Passa al vaglio gli incubi di quell'agghiacciante 27 gennaio 1967, allorché si sente come una "debuttante" presa per mano da quel cantautore che, a suo dire, sarebbe diventato bravo e popolare come Leo Ferrè. Nelle previsioni della vigilia, la coppia Dalida-Tenco è considerata da molti critici la possibile sorprendente novità del Festival. Lei è benvoluta dalla gente, lui gode la stima dei giovani desiderosi di temi nuovi. Né ci sono malevoli avvertimenti ad incupire gli interpreti di Ciao amore, ciao. È un testo che si segnala da solo, in mezzo a canzonette tipo Io, tu e le rose o Bisogna saper perdere. Lui e lei sempre vicini. Luigi, quand'è con Dalida, riesce a estraniarsi. Non da nemmeno retta a chi gli gira intorno per punzecchiarlo. Già, perché la loro relazione viene scambiata per una trovata pubblicitaria.

Il revival è amaro. La voce di Dalida fatica a venire fuori: "Colazione all'albergo Savoy. Luigi scherza, è allegro. Si sente sollevato. Dice d'aver già messo bene radici in un ambiente tanto infido. Immagina la condiscendenza del pubblico, le reazioni colorate dei critici. La canzone è un valido pretesto per raccontare la sua storia. Dentro c'è tutto il suo entusiasmo, la sua giovinezza.
Aveva passato giorni e giorni isolato in una torre a cercare accordi giusti e atmosfere toccanti. Naturale che sia galvanizzato per ben figurare. Io, del resto, non ho nessuna paura. Queste le nostre confidenze. Poi lui mi prende per un polso e dice: "Vai a riposare. Devi sentirti in forma, quel palcoscenico è capace di tutto". Alle 19 mi telefona in camera: "M'è presa una strana ansia. A quella 'roulette' andiamoci insieme. Aspettami nella hall". In macchina mi dice che gli si è chiuso lo stomaco. "Prendi una camomilla", lo scongiuro. Invece, a mia insaputa, per domare un'ansia che non si placa, consuma una quantità di tranquillanti, esagera col whisky. "Comincia a sfuggirmi: il mutismo, lo sguardo assente me lo portano lontano. È accaduto qualche altra volta. Gli chiedo: -Perché non parli?, e lui si giustifica: -È come fuggissi non so dove, per allontanare i traumi della mia infanzia. Non una parola di più. L'unico mio rimorso è che in quei momenti avrei potuto fare di più, magari sollecitarlo pazientemente a scacciare quegli incubi, a dimenticare quelle vicende che l'avevano segnato in passato. Purtroppo c'è poco tempo. Ecco, lo chiamano: -Dov'è Tenco? Dovrebbe già essere in palcoscenico. Nessuno l'ha visto. Lo cercano. Lo trovano addormentato su una panca. Mike Bongiorno deve spingerlo in scena. Dio mio quello che canta 'Ciao amore, ciao' non è Luigi, è un altro, è il suo manichino
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LUIGI TENCO E DALIDA FUORI DAL CASINO' DI SANREMO "C'è chi ha parlato del terrore del pubblico, per uno come lui non corazzato per esibirsi davanti a platee gremite. Io dico che non è vero. Sapeste che Tenco, simpatico e sbarazzino chansonnier, ho avuto modo di applaudire al microfono della Casina delle Rose, a Roma, nel primo e ultimo Capodanno festeggiato insieme. Dopo il recital aveva a lungo parlato con me. A Sanremo no. Era come rinserrato nel coma. Pazienza, fossero tutte qui le amarezze di una coppia che si vuol bene.
Aspettiamo il responso delle giurie. Uno accanto all'altra, ma in realtà distanti. Neppure 40 voti su 900. "Una débàcle", fa lui. E io: "Nella vita un giorno si vince e un altro si perde". C'è il ripescaggio di una canzone, affidato alla giuria dei giornalisti. Lo aiuto a sperare: "Vedrai che andrà meglio". E invece va male e per Luigi è un colpo terribile. Cerca una scusa per andarsene. Vuole isolarsi. "No, andiamo al ristorante", insisto io. Non so più come distrarlo"
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"Una volta in macchina, guida da sconsiderato la sua Giulia. Rischiamo più volte l'incidente. Non lo riprendo, non gli dico niente, non è il caso. Parla, chiedo. Non una parola di risposta. Poco dopo essere entrati al Nostromo, ecco il fulmineo voltafaccia. Luigi bisbiglia: "Rientro in albergo a riposare. Sono stanco". Dovrei avere più autorità e impedirgli di andar via. Però riesce a prendermi in contropiede. Qualche attimo dopo ho un presentimento infernale, pur non sapendo che Luigi ha con sé la pistola. Un grumo d'angoscia m'attanaglia. Subito m'aggrappo al telefono, cerco un taxi, corro al Savoy. Macché: Luigi è sulla strada del ritorno ed è irraggiungibile. "Fai presto", mi dico".

"Al bureau chiedo se Tenco è in camera. Non so che sto precipitando nel mio fallimento. Poi, in un attimo, intuisco quello che potrebbe essere accaduto. Quello che dovevo impedire che accadesse. Sono arrivata con dieci minuti di ritardo. Dieci minuti che hanno sconvolto la mia vita. Dapprima vedo i suoi piedi spuntare da dietro il letto e allora penso che sia caduto, colto da malore". Poi il sangue, quell'esplosione di orrore. Quale il movente? Non solo la delusione per non essere riuscito a far capire il mondo dei giovani, senz'altro qualcosa gli si è spezzato dentro".

"A lungo ripeto: "Non può essere vero". Adesso sono io che debbo sottrarmi all'ingorgo di incubi paurosi. Non so andare avanti. Una settimana dopo mi rifugio a Recco, dalla mamma di Luigi. Sento il dovere di farle visita. Ma chi può consolarla? Nessuno. Restiamo a guardarci e a piangere.
"Capisco che devo andarmene in fretta dall'Italia. Ma non serve a niente. Staccata da lui, non ho più identità. Ha ragione Victor Hugo a dire: 'Quando si perde la persona amata, il mondo si spopola'. E allora, esattamente un mese dopo, un mese che è un'eternità, penso di farla finita anch'io. Ingoio 75 pastiglie di un tranquillante. Per esser certa di riuscirci, scelgo una stanza d'albergo dopo avere preparato tutto con scrupolo: il testamento dal notaio e una lettera per mia madre. Ventiquattr'ore dopo una cameriera si insospettisce. Da sotto la porta filtra una lama di luce. Da l'allarme. Mi trasferiscono all'ospedale. La prognosi è di cinque giorni. Evidentemente è scritto che io debba sopravvivere per trovare rimedio alle contrarietà"
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Parla di quella Dalida quasi non esistesse più. Adesso ha iniziato un'altra vita aiutandosi con i libri e le preghiere. Di tanto in tanto va in crisi, ma non sono più momenti di rabbia o di disperazione come ai tempi in cui imprecava alla propria solitudine. Quando vuole incontrare Tenco o spera di sognarlo o si mette a rileggere certe poesie di Luigi, con la curiosità di quando era la sua innamorata. È stata mamma Tenco a consegnargliele. "Abbi cura di questi fogli. Sono l'incondizionato affetto di mio figlio per te che sei riuscita a capirlo", le ha detto.

Quelle parole Dalida le considera un merito. Dopo vent'anni poco o niente è mutato. Eppure la gente, durante i recital, le chiede sempre "Vedrai vedrai". Il mondo può girare come vuole, ma il Tenco corrucciato e malinconico rivive quando Dalida lo canta.

Gianni Melli


(nelle foto: 26 gennaio 1967, Dalida passeggia per i fotografi davanti al Casinò di Sanremo, poche ore prima della tragedia; Dalida canta "Ciao amore ciao" sul palco del Casinò; Tenco e Dalida posano insieme per i fotografi)

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