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Da "La Stampa", marzo 1967

Una lettera a "La Stampa" sul tragico episodio del Festival di Sanremo

Il fratello di Tenco racconta perchè il cantautore si uccise

Il suicidio non fu premeditato: i colpi esplosi non furono due ma uno solo - Il gesto maturò in un momento di sconforto, provocato dall'atmosfera del Festival - Il cantante prendeva dei sedativi, per combattere disturbi alla tiroide, che gli causavano stati di depressione - Quella sera l'effetto gli fu fatale - Esclusa ogni responsabilità di Dalida - "In questo disgraziato mondo gli uomini come Luigi sono talmente in minoranza che vengono anche giudicati degli sciocchi"

RITRATTO A COLORI DI LUIGI TENCO Signor Direttore,
vivamente amareggiato dalla proliferazione di notizie esplose in questi giorni su alcuni rotocalchi, ripresa e diffusa dai quotidiani, relativamente alla morte di mio fratello, alla presenza fisica di Dalida nella sua camera prima o dopo il fatto, ritengo mio preciso dovere far udire la mia voce di maggior colpito, unitamente a mia mamma, dalla tragedia.
Poichè su mio fratello sono state scritte molte cose inesatte, ritengo opportuno, prima di fare la cronaca degli avvenimenti in base a quanto mi risulta, delineare in breve la sua vita e il suo carattere con la maggiore obiettività possibile.

Non scendeva a compromessi
Luigi ha avuto una infanzia felice, in quanto non gli è mai mancato nulla, sia dal punto di vista materiale e sia (cosa ben più importante) dal punto di vista affettivo. Mio fratello era un ragazzo amante d'una cultura profonda e, allo stesso tempo, era un essere semplice; direi che sotto un certo profilo aveva l'animo e l'ingenuità di un bambino. Non vorrei essere frainteso in questo concetto, quindi mi spiego meglio: per me un bambino è l'espressione più pura di quello che dovrebbero essere i sentimenti umani, cioè la lealtà, l'onestà, la fiducia nel prossimo, tutte cose che poi vengono contaminate, man mano che si cresce, dalle brutture che ci circondano.
Nelle amicizie mio fratello si allineava sempre con i più deboli ed i più sfortunati. Luigi non aveva problemi di arrivismo, in quanto aveva poche esigenze e quindi era di per se stesso ricco, pur non inseguendo minimamente il denaro. Chiunque l'avvicinasse, io credo, ne riportava una profonda impressione, perchè si trovava davanti ad un uomo che aveva per ideali i valori umani più puri e ne faceva veramente una bandiera senza scendere mai ad alcun compromesso. A chi lo conosceva anche solo superficialmente poteva dare l'impressione di essere chiuso e scontroso, ma conoscendolo meglio ci si rendeva conto che egli era invece molto semplice e gioviale.
Quando mi telefonarono, quella tragica notte, da Sanremo per dirmi che mio fratello stava molto male, con un amico mi precipitai sul posto. Poco prima di arrivare a Sanremo appresi dal giornale radio la notizia della sua morte. Quando giunsi all'albergo Savoy un funzionario della Rca mi attendeva; gli dissi subito che ero già al corrente di tutto e che desideravo vedere la salma. Mi indirizzarono prima all'ospedale di Sanremo, quindi al cimitero, ma la salma non era neppure lì. Telefonai alla polizia, dalla quale appresi che mio fratello si trovava ancora in albergo. Mi ci recai di corsa e vi giunsi mentre stavano portando via Luigi verso il cimitero di Arma di Taggia.

Un cadavere imbarazzante
Dato che è assolutamente assurdo che in simili circostanze si faccia girare una persona in lungo e in largo all'inseguimento della salma di suo fratello, ho ragione di ritenere che quest'ultimo sia stato in un primo tempo spostato e poi riportato in albergo. Ci recammo allora al cimitero dove, alla presenza dei funzionari di polizia, avvenne il riconoscimento. Rimasi quindi per un po' vicino a Luigi insieme all'amico che mi aveva accompagnato e poi mi recai da un'impresa di pompe funebri per il trasporto della salma a Recco. Mi fu subito detto che sarebbe stato legalmente impossibile rimuoverla prima che fossero trascorse ventiquattro ore dal decesso. Andai allora al commissariato e poi nella stanza dell'albergo, accompagnato dai funzionari della polizia, per ritirare le cose appartenute a mio fratello.
Ritornai dall'impresario di pompe funebri dopo circa un'ora dal precedente incontro e qui, in contrasto con quanto era stato affermato prima, mi si comunicò che si poteva partire anche subito. In quel momento ciò mi fece piacere, in quanto credevo che fosse un atto di cortesia e di pietà; non era altro, invece, che la sopravvenuta impellenza di sbarazzarsi al più presto d'una salma che avrebbe gravemente "disturbato" il proseguimento del Festival. Ho motivo di pensare, adesso, che la traslazione della salma non fu agevolata, ma ritengo invece che le esigenze di quel momento da parte degli interessati ebbero solo a coincidere con la mia aspirazione di portare a casa la salma di Luigi.
Qualche giorno dopo la tumulazione della salma a Ricaldone, volli tornare a Sanremo per quel logico desiderio di verità sulle ultime ore ivi trascorse da mio fratello. Mi recai innanzitutto al commissariato e chiesi la versione dei fatti alla polizia. Da questa appresi, fra l'altro, che i colpi sparati da Luigi erano stati due. Chiesi al funzionario se tutto sarebbe rimasto chiuso nell'ambito dell'inchiesta o se sarebbe stato divulgato; mi fu risposto che non ci sarebbe stata divulgazione. A questo punto, e visto che non era stata eseguita l'autopsia, è chiaro che per uno ormai conscio che nulla avrebbe più potuto ridargli suo fratello, la cosa essenziale era di non suscitare polemiche che potessero aumentare la pubblicità della sua morte e disturbare il suo sonno eterno.
Non v'è dubbio, però, che le indagini siano state effettuate troppo affrettatamente e del tutto superficialmente. Innanzitutto è assolutamente falso che Luigi abbia sparato due colpi. Quando ero al cimitero vicino a mio fratello, prima ancora di fargli fasciare la testa, mi accorsi che questa presentava il foro d'uscita del proiettile, cosa di cui la polizia non s'era minimamente accorta. Il fatto può anche essere confermato dal mio accompagnatore, ed è comprovato, a mio giudizio, da quanto potei notare nella camera occupata da Luigi in albergo, dove ho osservato il segno lasciato sul muro dal proiettile che, secondo la polizia, sarebbe stato sparato per provare l'arma. Io non sono un esperto di balistica, però il segno lasciato da quel proiettile finito nell'angolo del muro e rimbalzato non è profondo; poteva solo essere prodotto da un proiettile frenato in precedenza da un altro bersaglio. Sono sicuro che, se con la stessa arma si sparasse un colpo in quel preciso punto, non solo il proiettile non rimbalzerebbe, ma lascerebbe ben altro segno e non una semplice scalfittura.

Responsabilità del Festival
Mi risulta inoltre che il caricatore non era nella rivoltella e che quindi l'arma portava un colpo solo. Del resto, la polizia mi ha dichiarato di avere trovato un solo bossolo. Dove si è cacciato l'altro? È forse sparito per magia? Spiegherò dopo perchè, secondo me, mio fratello ha tolto il caricatore dalla rivoltella e, per quanto riguarda il possesso dell'arma da parte di Luigi, la ritengo cosa perfettamente normale, in quanto è il caso di una persona usa a viaggiare quasi sempre di notte, da sola, in un momento in cui, notoriamente, l'incolumità della gente è molto aleatoria.
Il fatto che io abbia insistito su quanto sopra deriva dalle seguenti ragioni per me molto importanti. Primo: è la dimostrazione che l'indagine si svolse in modo superficiale, negligente ed affrettato; secondo: non è giusto che questa mancanza di accertamenti possa influire negativamente sul profilo morale dello scomparso e possa dare adito sia a supposizioni che ridurrebbero quel gesto ad una buffonata, che a deduzioni errate nei confronti di terzi. Si tenga presente ancora che mio fratello, che era un "antidivo" per eccellenza, al punto di rifiutare di firmare autografi perchè gli sembrava di prendere in giro il pubblico, non ha avuto il tempo di valutare la risonanza postuma del suo gesto.
Io affermo che è stata una grave colpa di voler dare a tutti i costi un senso di premeditazione a questo gesto e cercare di farlo apparire come un fatto inevitabile per escludere il più possibile la responsabilità del Festival. Sono convinto che se le indagini ufficiali fossero state fatte più diligentemente, la vera causa sarebbe risultata puramente occasionale.
Mio fratello era molto attaccato alla vita. Quando partì per Sanremo lo accompagnai al treno: era allegro e avevamo fatto progetti che andavano nel tempo di tre, quattro anni. Aveva una fiducia esagerata nella scienza medica; infatti si curava molto e non si stancava di ripetere che le persone sensate, almeno due o tre volte l'anno, dovrebbero sottoporsi a visite preventive. Tre mesi fa convinse anche me ad andare dal medico, cosa che io non facevo da almeno dieci anni. Soffriva di disturbi tiroidei ed è innegabile che un sedativo o un eccitante avevano su di lui un effetto maggiore che su un individuo che non soffra di questa disfunzione. In parole povere, bastavano pochi sedativi o qualche bicchierino di alcoolici per provocare in lui una forte eccitazione con conseguente depressione.
Ho potuto accertare che quella sera aveva ingerito dei "Pronox" e della "Nisidina", forse a più riprese. Infatti, se io considero mio fratello in uno stato normale, diventano assolutamente assurdi sia il gesto, sia la lettera da lui lasciata, sia la mancanza di un pensiero per la mamma che amava tanto.

La testimonianza di Dalida
In un particolare stato depressivo quando all'uomo più equilibrato della terra viene a rompersi per un attimo quel sottile filo che lo lega a tutto ciò che lo circonda, egli ingigantisce il problema del momento e ne varia le proporzioni in modo esagerato. Diventa quasi logico allora non avere un pensiero per le persone più care per riservare tutta la propria lucidità a quello che sembra, in quel momento, l'assillo più grave.
In questa luce la sua lettera diviene allora intelligente e significativa, non tanto per l'accenno alle canzoni in se stesse, quanto per i riferimenti ad un mondo fatto di persone che accettano continuamente compromessi e contro quel conformismo servile che non rispetta nemmeno la morte. Io credo che proprio grazie a questa "lucidità" egli abbia tolto il caricatore dalla rivoltella, temendo che se fosse sopraggiunto qualcuno particolarmente emotivo e l'arma fosse stata carica, esso avrebbe potuto farne un uso contro se stesso.
A proposito di Dalida devo esprimere questo giudizio: ritengo onesto e logico pensare che una persona, la quale ha premeditato il suicidio e non ha quindi più alcun interesse se non quello di dire la verità, non possa venire alla presenza mia, e soprattutto a quella di mia madre, a dare una versione non vera sullo svolgimento dei fatti, per quanto riguarda gli ultimi momenti di Luigi.
Dalida quando è venuta da noi, ha confermato ciò che aveva già dichiarato in precedenza. Aveva visto Luigi visibilmente alterato e quindi non si sentiva tranquilla. In un primo momento, ascoltando la voce di altri, aveva ritenuto che solo la solitudine potesse calmare mio fratello, tanto più che, avendo fatto telefonare in albergo, aveva appreso che Luigi era rientrato e si era ritirato nella sua camera. Ad un certo punto però erano sopravvenuti in lei altri presentimenti, ed aveva voluto raggiungerlo. La macchina che l'aveva portata dal ristorante all'albergo aveva subito un guasto, per cui aveva impiegato venticinque minuti circa per compiere lo stesso tragitto che di solito si compie in pochi minuti.
Era andata a cambiarsi di abito ed era scesa poi nella camera di Luigi, dove l'aveva trovato riverso in una pozza di sangue. Non aveva visto l'arma, ed in un primo momento aveva creduto che si trattasse di una caduta in seguito ad un malore. Questo è quanto ha detto a noi.
Da parte nostra, tenuta presente l'irrimediabilità del fatto, abbiamo cercato di convicerla a non farsene una colpa e di considerare il tutto come un luttuoso incidente del quale lei non aveva la minima responsabilità. Dalida continuava a dire che avrebbe dovuto non dare ascolto a nessuno, non perdere nemmeno un minuto e andare subito da Luigi, e quindi, arrivando prima, l'avrebbe salvato.
Personalmente mi è parsa una ragazza molto sensibile, onesta e profondamente sincera. In quanto ai rapporti tra lei e mio fratello, io suppongo che fossero improntati a ragioni di lavoro; comunque un'eventuale risposta la può dare solamente l'interessata.

Rispetto per il dolore
L'attacco di certa stampa verso una persona, che attualmente non è in grado di difendersi, merita di essere definito, usando un termine che forse non è prettamente italiano, basso "sciacallismo". Tutto fa parte di quei volgari ed abbietti interessi che purtroppo sono la più forte molla di spinta di questo disgraziato mondo, in cui gli individui come Luigi sono talmente in minoranza che vengono anche giudicati degli sciocchi. Basterebbe invece che fossero tutti come lui ed allora avremmo un mondo migliore, in un mondo dove la prima regola sarebbe quella dettata dalla coscienza e dove la tecnica dello sfrenato egoismo e del continuo compromesso ed arrivismo non sarebbe certo elevata a sistema di vita.
Personalmente io non sono come lui, quindi appartengo disgraziatamente alla stragrande maggioranza ed anche per questo ritengo di essere stato maggiormente obiettivo: chi ha conosciuto Luigi mi può senz'altro capire.
Spero adesso che tutta questa gazzarra finisca e che si rispetti il dolore d'una famiglia profondamente colpita.
Ci auguriamo che nessuna inchiesta postuma possa giustificare la riesumazione della salma del mio povero fratello, che confidiamo venga lasciato in pace, così come la sua memoria.

Valentino Tenco
Recco, 22 marzo 1967.

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