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Da "Oggi Illustrato", dicembre 1971

Mentre tornano di moda i motivi di Luigi Tenco, il fratello lo ricorda a 4 anni dalla sua tragica morte.

Odio le sue canzoni

"Non mi importa un accidente che ora la gente abbia riscoperto mio fratello", dice Valentino Tenco nell'intervista che pubblichiamo. "Preferirei che lui fosse ancora qui, anche se per vivere dovesse fare lo spazzino, invece che il cantante di successo" - "Nostra madre non ha ancora accettato la morte di Luigi e, forse, non si rassegnerà mai: tanto è vero che non ascolta i suoi dischi perchè le spezzerebbero il cuore" - "Secondo me si è ucciso perchè era troppo onesto e non scendeva a compromessi" - "La droga non c'entra: quella sera aveva preso qualche calmante per vincere il nervosismo"

RITRATTO DI LUIGI TENCO Intervista di Piera Fogliani

Genova, dicembre

«Non mi importa un accidente che ora la gente applauda le canzoni di mio fratello. Preferirei che lui fosse ancora qui, anche se per vivere dovesse fare lo spazzino invece che il cantante di successo. Il nocciolo della questione è proprio questo: non mi commuovo sentendo ripetere: "Ah, quanto sono belle le canzoni di Tenco!". In un certo senso mi fa piacere, ma mi fa anche tanta rabbia. I proverbi sembrano passati di moda, ma contengono ancora certe amare verità, come "è meglio un asino vivo che un dottore morto"».

Valentino Tenco, fratello del cantautore Luigi Tenco, che si suicidò con un colpo di pistola, a Sanremo il 27 gennaio 1967, ci guarda un po' risentito, gli occhi grigi come due fessure chiare, senza tradire la minima emozione. Siamo andati a trovarlo perchè il nome di Tenco in questi ultimi tempi è tornato alla ribalta del mondo della musica leggera. A "Canzonissima", Nicola di Bari ha riproposto con successo una sua vecchia canzone e, addirittura, ha inciso un longplaying tutto dedicato a lui. Anche Ornella Vanoni ha inciso parecchi motivi dello sfortunato cantautore genovese e Michele ha inserito un suo "pezzo" nell'ultimo disco.
Non è stato facile incontrare Valentino Tenco; ha acconsentito a riceverci, dopo lunghe insistenze, solo per evitare che ci rivolgessimo a sua madre.

«Quello che mi preme è la sua tranquillità, la sua salute», dice. «Ecco perchè non voglio che torniate a tormentarla chiedendole ancora come è morto suo figlio e perchè. In questi giorni mamma non sta bene. Qualche tempo fa è caduta in cortile: una lussazione alla gamba l'ha tenuta a letto per alcuni mesi. Adesso si è presa un'influenza. Niente di preoccupante, ma voglio che si rimetta in forze prima di vedere gente. Benchè siano passati 4 anni da quel giorno, mia madre non riesce a darsi pace...».

Valentino sospira come se fosse stato colto da un dubbio, poi prosegue.
«Certo, se avessi la certezza che in questo momento potrebbe giovarle sfogarsi con qualcuno, non avrei niente in contrario a permettervi di incontrarla. Ma come posso saperlo? E così preferisco evitarle nuove emozioni. Vorrei che dimenticasse il dramma che ha sconvolto la nostra famiglia. Anche se è impossibile, perchè so che ogni giorno lei ha davanti agli occhi quello che è avvenuto. Non ha ancora accettato la morte di Luigi e, forse, non si rassegnerà mai. Tanto più che, quotidianamente, continuano ad arrivarle decine di lettere struggenti che parlano di questo figlio straordinario che ha avuto».
Valentino Tenco lancia un'occhiata al ritratto del fratello che ha sistemato sopra la scrivania del suo ufficio nel garage che, con un socio, possiede a Genova. Parlando del suicidio di Luigi evita accuratamente parole d'effetto come "tragedia"; pudicamente lo chiama "quel fatto", "il gesto".

«Per noi», aggiunge dopo un attimo, «più che un autore di canzoni, più che un artista, Luigi era uno studioso. Dopo il liceo si era iscritto alla facoltà di ingegneria elettronica: la matematica era la sua passione. Pensi che quando frequentava le scuole medie si divertiva a fare equazioni differenziali. A casa ho ancora i suoi quaderni, in cui ci sono pagine zeppe di equazioni, interrotte qua e là da una poesia o dal testo di una canzone. Mio fratello era un ragazzo fuori dal normale, ma vorrei che non si parlasse più di lui. Sono state dette troppe cose inesatte sul suo conto, cose che spesso mi hanno fatto impazzire di rabbia e di dolore. Siamo arrivati perfino a dubitare di tutto e a domandarci: "Ma che cosa è avvenuto veramente? Che cosa non sappiamo?". Per noi certi avvenimenti non possono essere accaduti come ce li raccontano. Ecco perchè ora rifiutiamo i contatti con il mondo esterno e non desideriamo più leggere i giornali. È proprio per questo motivo che quando mio figlio rompe il televisore anzichè sgridarlo penso che mi ha fatto un regalo. Il nostro dolore resta dentro di noi, e ci starà per sempre».

Perchè siete rimasti nella stessa casa in cui ha vissuto Luigi?
«Perchè mia madre non vuole abbandonarla. Mi ero posto questo problema, ma poi ho capito che sarebbe stato inutile cambiare. Per mamma è necessario avere attorno qualche cosa che le ricordi Luigi. In fondo, le sembra di stare ancora in sua compagnia».

Perchè suo fratello si è ucciso? Ci ha mai pensato?
«Perchè era troppo onesto, talmente onesto che non ha voluto accettare una posizione di compromesso. E poi non desiderava affatto partecipare a concorsi e a gare. Tra l'altro era molto timido. Proprio per la sua onestà, spesso non riusciva a vedere se c'era del marcio dietro a ciò che faceva: ma forse in occasione di quel maledetto festival ha visto e capito qualcosa. Ho cercato di esaminare tutti i lati della faccenda e non ho trovato altra spiegazione. Anche perchè Luigi era un ottimista. Quando io, magari, gli dicevo: "Ma che schifo, è più difficile vivere che morire", lui si arrabbiava e rispondeva che proprio perchè la vita era così, dura e piena di ostacoli, bisognava avere il coraggio di viverla fino in fondo. Per questo motivo non volevo credere che si fosse suicidato. Una "soluzione" del genere era lontana dal modo di ragionare di mio fratello, anche perchè a Luigi non importava niente di vincere o di perdere un concorso. La canzone che Nicola di Bari ha cantato a Canzonissima, "Lontano lontano", per esempio, era un vecchio motivo che lui aveva presentato non ricordo bene se a Partitissima o al Disco per l'estate, senza curarsi minimamente del risultato. L'aveva fatto e basta. Tornando a quella sera, mi è venuto un sospetto. Mio fratello soffriva di tiroide, e potrebbe aver abusato di alcuni calmanti. So che aveva preso della nisidina. Forse avrà esagerato nella dose, magari anche per vincere la timidezza. Ma ciò non giustifica ciò che è successo. A meno che Luigi non abbia perso la testa. Quando uno si trova in particolari condizioni di salute, può ingigantire anche un problema al quale, in un altro momento, non darebbe alcuna importanza; ma sono le circostanze che determinano un fatto, che portano a gesti inconsulti. Quale fu questo fatto?».

Si è parlato di droga: lei che cosa ne pensa?
«Lo escludo nel modo più assoluto. La droga non c'entra, per nessuna ragione. Non lo dico per difendere la memoria di mio fratello. Molte volte mi sono rimproverato per non averlo seguito, per non essere stato là quando è avvenuta la disgrazia. Perchè non ero con lui? È molto semplice: mamma e io non volevamo che Luigi facesse quel lavoro, desideravamo che finisse gli studi. Quindi volutamente abbiamo sempre ignorato la sua carriera artistica. Soprattutto perchè, conoscendolo, sapevamo che anche lui se ne fregava di quell'ambiente e quei successi. Questa è la cosa più assurda».

Forse non era vero che non gliene importasse niente; forse per lui erano importanti.
«No, non posso crederlo. Penso piuttosto che, trovandosi in un momento di particolare emotività, Luigi abbia ingigantito le sue reazioni di fronte a quella che, diciamolo chiaramente, è stata una "grossa torta", una cosa ingiusta che non avrebbe dovuto accadere. Probabilmente deve aver pensato: "Ma se al mondo anche nelle piccole cose c'è sempre di mezzo l'inganno e la disonestà, che razza di vita è questa?". E ha fatto quello che ha fatto. D'altra parte è questione di un attimo. Può capitare a chiunque. Mi stupisco solo che sia successo a lui...».

Che cosa provate adesso quando sentite una canzone di Luigi?
«Non le sentiamo mai, non le vogliamo sentire per una ragione semplicissima: ci spezzano il cuore. E poi c'è il problema di mia figlia Patrizia, che ora ha undici anni. Era molto affezionata allo zio, e ha sofferto molto per la sua morte. Il pediatra ci aveva consigliato di spiegarle onestamente l'accaduto. Quando apprese la notizia, la bimba diventò pallida come un cencio e non parlò più. La portammo in clinica: niente, sembrava bloccata, spenta, assente. Sa che cosa l'ha salvata? Un cagnolino. Si affezionò a lui e dopo alcuni mesi ritornò a essere una bambina normale. Ma da quel giorno ha smesso di nominare lo zio Luigi e se qualcuno lo fa in sua presenza esce dalla stanza. L'unico che ne parla con semplicità è l'altro mio figlio più piccolo: qualche volta si mette ad aspettarlo e cerca di immaginare con quale macchina arriverà lo zio Luigi. Non si è ancora reso conto che è morto».

Neanche sua madre ascolta i dischi di Luigi?
«No, lei non sente mai le sue canzoni, anche perchè non sarebbe capace di far funzionare il giradischi. E poi con che animo potrebbe ascoltarle? Se l'immagina che cosa succederebbe se sentisse la voce del figlio?»

È vero che ora dorme nella sua camera da letto?
«Per un certo periodo l'ha fatto. Poi le ho consigliato di andare nella camera accanto, perchè era più ampia e più fresca. E lei si è trasferita senza farsi pregare. Ora continua a entrare in quella stanza, ma solo per tenerla in ordine. Mia madre penserebbe a Luigi anche se fossimo andati ad abitare in Canada, anzichè nella stessa casa. La camera in se stessa non rappresenta niente per lei. È una donna sensata, equilibrata e non si è attacata in maniera morbosa ai luoghi in cui ha vissuto il figlio. Certe esagerazioni non le vengono neppure in mente».

Che cosa dice quando rievoca Luigi?
«Niente! Piange e basta. Ovviamente è tormentata da un mucchio di scrupoli: "Se avessi fatto questo, se avessi fatto quest'altro", e via di questo passo. Io le rispondo: "Ma tu, onestamente, potevi pensare a una cosa del genere?". Lei dice di no, però piange lo stesso».

Suo fratello aveva problemi finanziari?
«Che io sappia no! Specie nell'ultimo periodo. Anche perchè era ormai un cantante arrivato. Avrebbe potuto benissimo evitare di andare al festival di Sanremo. Così come aveva sempre evitato di fare delle serate»

E sua madre? Lei, ora, ha problemi finanziari?
«No, anche perchè in casa nostra non diamo eccessiva importanza al danaro. Abbiamo sempre vissuto bene anche quando ce n'era pochissimo. L'unica cosa che abbia valore a questo mondo sono i sentimenti, quelli veri».

Chi è, a suo avviso, il cantante che ha interpretato megli i "pezzi" di suo fratello?
«La Vanoni, credo. Del resto noi non ci siamo mai preoccupati di saperlo. L'unica cosa valida, quasi una scoperta, è che attraverso le sue canzoni abbiamo visto trasparire, se non totalmente, almeno in parte la personalità di Luigi. Mio fratello era molto sincero: non si preoccupava della vendita dei dischi. Scriveva canzoni solo quando sentiva il bisogno di farlo, quando voleva esprimere i suoi sentimenti».

Quale tra questi motivi può essere l'espressione più genuina di un amore di Luigi?
«"Quando"! Mio fratello a quel tempo era innamorato di una ragazza tedesca. SI chiamava Ulla, se non sbaglio. In famiglia eravamo abbastanza seccati per quella relazione. Ulla era molto spregiudicata. Adesso sono tutte così, ma allora una ragazza che indossava i pantaloni faceva effetto. Io sognavo per Luigi una ragazza completamente diversa, mi sembrava che quella tedesca non fosse adatta per lui. Invece ora, ripensandoci, devo ammettere che forse sbagliavo. Luigi le voleva bene ed era ricambiato. Ma un giorno, per caso, venne a sapere che l'ex-fidanzato di Ulla, per il dispiacere di essere stato abbandonato, era sul punto di fare una sciocchezza: così decise di riportagliela. L'accompagnò personalmente in Germania dall'ex-"moroso" e volle chiedergli scusa dicendogli che Ulla aveva perso la testa per colpa sua. Quei due, poi, si sposarono; Luigi soffrì moltissimo e scrisse "Quando"».

Che ne pensa dell'ultimo amore di suo fratello, di Dalida voglio dire?
«Non so granchè di lei. Luigi non ne parlò mai in casa. Non so cosa ci sia effettivamente di vero in tutto questo che è stato detto, quindi non posso nè confermarlo nè smentirlo».

Che tipo era suo fratello?
«Era un uomo che non dava calci negli stinchi a nessuno, che non abusava della fiducia della gente. Pur essendo di dieci anni più giovane di me, era una persona sulla quale potevo sempre contare. Non sono solo io a pensarla così. Anche i suoi amici».

Chi erano i suoi amici?
«In gran parte dei poveracci. Luigi non si sceglieva certo gli amici tra coloro che erano arrivati. Anzi, ripeteva sempre che i suoi compagni preferiti erano i diseredati e i falliti. Avrà avuto anche lui le sue debolezze, i suoi difetti, tutti ne abbiamo. Ma Luigi era certamente un uomo eccezionale».

Quali difetti aveva?
«Il più grosso, se così si può chiamarlo, era quello di credere troppo negli altri, di avere troppa fiducia nella gente».

Credeva in Dio?
«Credere in Dio per me non significa andare a messa; significa essere onesti nei rapporti con gli altri e con se stessi. Se lei intende questo, mio fratello era un grande credente»

L'ha visto l'ultima sera che ha cantato in televisione?
«Si, l'ho visto. E non mi sono accorto di nulla. Sapevo che era timido, e credevo che cercasse solo di finire alla svelta per scomparire dal video. Quando uscì di scena pensai che si sarebbe rilassato e, come sempre, dopo qualche minuto, avrebbe dimenticato tutto, gara e canzone. Per noi era evidente che aveva cantato di malavoglia, solo perchè era stato costretto. Mai più avremmo supposto come sarebbe finita. Neppure un sospetto ci sfiorò. E poi, conoscendo Luigi, era la cosa più assurda da pensare. Non considero quel gesto un atto disonorevole. Spesso mi sono domandato che cosa può spingere un uomo a scegliere la morte. si suicida perchè è diventato matto oppure perchè finalmente riesce a vedere chiaro in se stesso? Non dico questo per difendere mio fratello. Per il suo modo di ragionare, di pensare, per tutto quello che ci siamo detti, era l'ultima cosa che potevo supporre. Luigi era un ragazzo molto forte. Io ero più debole di lui. E sono convinto che su mille persone novecentocinquanta sono come me. C'è ancora una cosa che voglio ripetere. Luigi non dava importanza alle canzoni, alle gare, ai concorsi. È assurdo quindi sostenere che si è ucciso solo perchè era stato eliminato: un discorso del genere rasenta l'insulto, è gratuitamente cattivo, e stupido soprattutto. Tanto più che Luigi era un ragazzo semplice, l'antidivo per eccellenza, il contrario dell'arrampicatore che vuole arrivare a tutti i costi, che ha bisogno del successo per vivere: cercava qualcosa di più autentico, aveva bisogno di un rapporto sincero, vero, umano. Ecco, a mio avviso, in quei giorni a Sanremo deve essere successo qualcosa di molto importante sotto il profilo umano, qualcosa che lo ha deluso profondamente, che l'ha costretto a fare un ragionamento di questo genere: se perfino per una cosa banale come una canzonetta si tradisce l'amicizia, allora è meglio farla finita».

Piera Fogliani

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