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Da "Stop", gennaio 1977

Esclusivo. Il fratello di Luigi Tenco, a dieci anni da quella tragica notte, accusa:

"Lo hanno uccciso!.."

RITRATTO DI LUIGI TENCO Dal nostro inviato

Recco, gennaio

Dieci anni fa, la notte del 27 gennaio 1967, un colpo di pistola risuonava nella stanza 219 dell'hotel Savoy di Sanremo. Quel colpo d'arma da fuoco che spegneva la vita di uno dei più promettenti cantautori del momento segnava anche l'inizio del declino del Festival di Sanremo. Quest'anno addirittura la kermesse canora non si svolgerà nei saloni del Casinò ma sarà spostata in un teatro cittadino, poi l'intera troupe del festival della canzone farà una lunga tournée in Italia: la sagra musicale più importante del nostro Paese, insomma, si sta trasformando in uno spettacolo musicale da cinema di periferia! Quel colpo di pistola aveva lasciato attoniti milioni di fans della musica leggera, milioni di persone che, poche ore prima della tragedia, avevano visto il cantautore genovese comparire timidamente sul palcoscenico del teatro delle feste del Casinò per concorrere ad una gara che non gli interessava affatto. Luigi Tenco era un personaggio schivo, timido, che preferiva starsene nel chiuso della sua casa di Recco a comporre canzoni, piuttosto che apparire nelle sale da ballo, sugli schermi televisivi dove sapeva che la sua musica non sarebbe stata compresa dal grosso pubblico. Per anni aveva rifiutato serate, concorsi, premi. Il vuoto mondo del palcoscenico del divismo non lo allettava. Il suo animo era pieno di poesia, di amore per il prossimo, di sensibilità e di commozione per chi soffre. Preferiva perciò passare la serata con gli amici del bar: operai, impiegati, studenti, gente di tutti i giorni, insomma. Le macchine lussuose, gli appartamenti da mille e una notte, il conto in banca non lo interessavano.

Al festival era arrivato per caso. Era stata la sua casa discografica, la RCA, a spingerlo a concorrere. Sempre per caso era stato abbinato a Dalida.
La cantante italo-francese era andata nella sede romana della casa discografica per scegliere una canzone da portare al festival. Le avevano fatto sentire un provino di un altro autore. Dalida aveva voluto ascoltare anche l'altra facciata del disco che recava appunto "Ciao amore, ciao" di Luigi Tenco.
«Se devo concorrere al festival voglio andarci con questa canzone», aveva detto. Così il destino aveva deciso il tragico viaggio verso l'ignoto dello studente in ingegneria elettronica Luigi Tenco e aveva unito brevemente due vite, quella di Luigi e quella di Dalida.
La morte del giovane gettava nella disperazione una intera famiglia, composta dalla madre Teresa, dal fratello Valentino, dalla moglie di questi e dai suoi due bambini, Giuseppe e Patrizia. Mamma Teresa non ha mai saputo rassegnarsi alla perdita del suo ragazzo. Per anni è stata in preda alla disperazione. Ha fatto della camera del figlio un sacrario pieno di ricordi: le sue musiche, i suoi dischi, la sua chitarra, che ancora oggi è avvolta in un foglio di cellophane.

La povera signora Teresa, che oggi ha settanta anni, non ha mai saputo riprendersi dal duro colpo infertole dal destino. Poco alla volta le sue forze sono venute meno, l'anemia che l'aveva sempre perseguitata è andata aggravandosi ed ora la donna è costretta a vivere in una clinica, dove, da oltre un anno, i medici si danno il turno attorno al suo letto, nel tentativo di farla uscire dallo stato di abulia.
Chi, invece, non si è mai dato per vinto è il fratello Valentino. Di dieci anni più anziano di Luigi, Valentino era per il giovane cantante un padre, l'amico più sincero, il confidente. La ricerca della vera causa della morte di Luigi è stata, per anni, un chiodo fisso per Valentino Tenco. È lui stesso che ne parla.

«Quando è successo sono stato il primo della famiglia ad accorrere. Da allora non ho mai saputo darmi pace. Per anni ho cercato la ragione che aveva portato alla morte mio fratello, ma per me è sempre rimasta un mistero. Luigi non era certo il tipo che desse molta importanza ad una delusione di lavoro. Gli interessava così poco il mondo della canzone da non rimanere scioccato per l'ingiustizia della sua esclusione dalla finale. Non penso nemmeno che potesse nutrire un amore non corrisposto per Dalida, come è stato scritto da molti giornali. Luigi era un ragazzo timido, introverso, capace di far innamorare una ragazza a prima vista. Le sue scelte, in campo sentimentale, invece, erano frutto di lunghi ragionamenti. Non era di certo il tipo pronto ad innamorarsi della prima persona che si trovava al fianco! Avrei molte cose da dire sulla sua fine, molte cose da eccepire sul comportamento delle prime persone accorse, degli inquirenti, ma è meglio lasciar perdere. È passato, ormai, troppo tempo. Ma non per me! Io continuo a non darmi pace. Ci sono troppi interrogativi che non hanno mai trovato una risposta. E poi quel colpo, quel tremendo colpo di pistola che gli ha devastato la testa!
Riflettendo su quello che ho visto quella tragica sera, è entrato in me il dubbio: Luigi si è suicidato o è stato ucciso? Nessuno ci ha mai fornito una spiegazione esauriente dei motivi che l'avrebbero spinto al suicidio. Il suicidio era lontano dal modo di pensare di mio fratello. Luigi aveva sempre avuto orrore delle armi. Aveva chiesto la licenza e si era comprato una pistola un anno prima della sua fine.
Un giorno, mentre rientrava da Roma in auto, aveva avuto la netta impressione di essere seguito per tutto il lungo tragitto. Nemici non ne aveva, almeno apparentemente. Eppure, per tutta la strada da Roma a Recco la sua Mini era stata tallonata da una vettura molto più potente, una macchina che avrebbe potuto benissimo superarlo. Quella macchina era stata per tutto il viaggio nello specchietto retrovisore. Luigi si era spaventato e, appena a casa, aveva deciso di cambiar macchina, di acquistarne una più potente e di prendersi un'arma per difesa».

«Perchè, da chi, da cosa voleva difendersi?», chiediamo.
«Questo rimmarrà per sempre un mistero!
Nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa ho cercato di mettere a fuoco i vari elementi della tragica scena del suicidio. Troppe cose erano avvolte nel mistero. Per me, la sua morte è un giallo!».

«Ma quali sono questi elementi?», chiediamo.
Ci risponde con una serie di interrogativi.
«Sono numerosi, differenti e tutti oscuri: non posso accusare nessuno nè precisare qui le mie accuse. Voglio solo vederci chiaro: per conto mio si è avuta troppa fretta a dichiarare ai quattro venti che mio fratello si era ucciso perchè non aveva sopportato la delusione di essere stato escluso dalla finale del festival. Ammettendo anche la tesi del suicidio, mi sembra strano che uno che vuole uccidersi si spari alla nuca: il foro di entrata, infatti, era nella nuca e quello di uscita sopra l'occhio sinistro. Io, però, non mi sono ancora arreso. Per anni ho cercato la ragione che avrebbe portato a quel gesto inconsulto mio fratello, senza mai riuscire a trovarla. Luigi era l'ultima persona al mondo che potesse pensare di togliersi la vita. La rivoltella se l'era comprata per difendersi, non per uccidersi: questo è certo. Perchè dunque avrebbe dovuto rivolgerla contro se stesso?».

«Dopo la sua morte si era detto che avesse preso della Nisidina, un antidolorofico che può procurare dei profondi stati di depressione», chiediamo. «Non può essere stata quella pastiglia a farlo cadere nello scoraggiamento per l'esclusione dal Festival?».
«Ho voluto controllare di persona gli effetti della Nisidina. Pensavo che Luigi l'avesse presa con dell'alcool, quindi ho provato ad inghiottirla con del whisky. In effetti, provoca un vero e proprio stato di torpore. I riflessi si allentano e si cade, magari, in un sonno profondo, ma da questo a dire che si può arrivare alla decisione di suicidarsi c'è una bella differenza! Non vorrei esser preso per un visionario, comunque mi sembra che la spiegazione del dramma vissuto in quella camera d'albergo, la notte del 27 gennaio di dieci anni fa, presenti molti lati oscuri. Se si fosse indagato più a lungo forse si sarebbe giunti ad una soluzione diversa. È questo che mi fa rabbia. È per questo che non mi sono mai dato pace, che non ho mai smesso d'indagare!».

Sono passati dieci anni, eppure la figura di Luigi Tenco non è ancora stata dimenticata, anzi, più volte i giornali si sono occupati di lui, più volte sono state tentate operazioni di recupero della sua musica, della sua poesia: qualche anno dopo la sua scomparsa sono tornate di moda le sue canzoni; un vero e proprio revival che ha commosso profondamente la famiglia ed i suoi estimatori. Ogni anno si organizza un festival di "canzoni d'autore" dedicato alla memoria di Luigi.
Ora, a distanza di un decennio dalla sua scomparsa, due giornalisti hanno firmato un libro su di lui. La gloria e la popolarità che il giovane cantante ligure non era riuscito a conseguire in vita sembrano ora volergli rendere un po' di giustizia.

Leonida Barezzi

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