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Da "Il Secolo XIX", 10 giugno 1982

A quindici anni dalla tragica scomparsa del cantautore.

Il fratello di Tenco rompe il riserbo:
"Voglio difendere la memoria di Luigi"


RITRATTO DI LUIGI TENCO Ho comprato in un'edicola una cassetta di Luigi edita dalla Ricordi, precisamente quella della collana "Profili musicali"; unitamente ad essa c'è una pubblicazione contenente la biografia scritta da E. De Vita e vari articoli firmati rispettivamente da Andrea Lo Vecchio, Bruno Lauzi, Giancarlo Governi. Gli articoli di Bruno Lauzi e, specificatamente, quello di Andrea Lo Vecchio lasciano costernati. È importante premettere che già in altre occasioni ho espresso il desiderio che su Luigi cadesse il silenzio. La sua importanza, nel campo della musica leggera, non è stata decretata dal mio affetto ma dai fatti.

Quanto all'uomo, quando asserisco che Luigi è stato un uomo meraviglioso ciò non esclude automaticamente che avesse dei difetti, dei limiti, delle ugge, ma che anzi proprio le contraddizioni che lo tormentavano e il dubbio che non lo abbandonò mai hanno contribuito a farne un "essere umano".

Il mio problema non è che si parli bene di Luigi, ma che se ne parli in buona fede. E di buona fede, negli scritti di Lo Vecchio e Lauzi, ce n'è davvero poca. Come si fa a blaterare che Luigi avrebbe addirittura programmato la propria fine sotto i riflettori per paura che della sua morte non si parlasse abbastanza?

Ma non basta: insistendo sullo stesso argomento, con tono a dir poco irriverente, Lo Vecchio indirizza a Luigi il suo "bravo": "meglio sarebbe stato se lo avesse fatto in palcoscenico, davanti alla televisione!"

E giù a pontificare con tono paternalista sul gesto infantile, e chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio qui l'impasse dell'articolista: se il gesto di mio fratello è stato spropositato, questo rifiuto ha allargato il dibattito e non, come leggo, "un gioco già predeterminato". Non so ciò che Luigi avrebbe potuto essere, so bene ciò che è stato e non permetto che si dicano cose non vere.

Lo Vecchio continua: "Preferisco colui che si adatta al compromesso per sopravvivere". Luigi non è riuscito a sopravvivere, con tutta probabilità, proprio per il suo disprezzo del compromesso. Un ingenuo? Forse, ma qualcuno deve ancora provarmi che la ingenuità è una colpa, almeno in questa tana di lupi che è il cosiddetto "consorzio civile". Dire che Luigi Tenco non ha avuto la forza di lottare è una bestialità. Non ho conosciuto più attaccato alla vita di mio fratello, talmente attaccato da sottoporsi con periodicità maniacale - lui sanissimo - a visite di controllo. Sono stanco, davvero stanco, di questi imbonitori della domenica che ogni tanto saltano fuori con la loro verità. Ben lo vediamo che il "mito Tenco" dà da mangiare anche a Lo Vecchio: se "con il suo nome si fanno dischi con gente che non sa cantare". La canzone di Lo Vecchio sta proprio bene nell'articolo.

Nessun scrittore serio poi intercala a propri scritti proprie poesie, il che è tipico di chi non possiede altre tribune dalle quali affacciarsi. Ma su questo suicidio, l'ho detto e torno a ripeterlo, nutro da sempre fortissimi dubbi.

Troppo frettolosamente si sbrigarono i rilievi del caso; foto scattate su di un cadavere rimosso, e quindi di nessun valore giuridico, l'autopsia non effettuata e d'obbligo in caso di una morte violenta, perizia che avrebbe fatto luce sui colpi sparati che non furono due ma uno soltanto (fui io a riscontrare il foro d'uscita di cui nessuno si era accorto e quello dell'entrata posto sopra l'orecchio destro, davvero atipico per un suicida); impronte digitali (sulla rivoltella) non rilevate, un portiere d'albergo misteriosamente scomparso nelle ore successive al fatto e che non sono riuscito a rintracciare; evidentemente un "canzonettaro" ingombrava, con la sua morte, il troppo importante carrozzone sanremese.

A Bruno Lauzi voglio dire: non dico più "Io ero un amico di Luigi". Quando egli esprime il desiderio apparentemente altruista che si parli meno di Luigi e "non se ne faccia un argomento di finta sociologia", mi pare che questo sentimento per così dire di riserbo sia dettato più che altro dal fatto che a Lauzi dà fastidio che si parli così tanto ancor oggi di mio fratello per il quale, io so bene, egli non ha mai avuto simpatia.

A Di Vita vorrei dire che, contrariamente a quanto egli afferma, non sono stati stampati moltissimi dischi di Luigi, sia prima sia dopo la morte. Questo, almeno mi risulta, in base ai resoconti inviatimi dalle case discografiche. Ogni volta che Luigi cambiava etichetta discografica lo faceva perché si rifiutava di scrivere canzoni commerciali; ciò si ricava molto chiaramente dalla sua corrispondenza di cui sono in possesso.

Come autore, invece, contrariamente alla regola che chi non stampa molti dischi non viene eseguito, Luigi lo è stato sempre molto, sia prima sia dopo la morte. Lo sa bene la Ricordi, che io associo moralmente agli articoli denigratori di cui ho parlato, che non si è presa la briga di discutere quanto meno su un piano critico; la stessa Ricordi che non ha mai rinunciato a Luigi come autore, che poco le è costato ma molto le è reso.

Valentino Tenco

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