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Da "Il Secolo XIX", sabato 08 febbraio 1992

Le lettere a Valeria - La tragedia di Tenco così come la ricostruisce Bruno Gigliotti, fratello della cantante.

"Quella notte Dalida urlò: assassini!"

"Quando trovò Luigi già morto, mia sorella, sconvolta, voleva che gli organizzatori fermassero il Festival. Ma "loro", per non avere grane, ci obbligarono a portarla in Francia immediatamente".

LUIGI TENCO E DALIDA NEI CAMERINI DEL CASINO' DI SANREMO PARIGI - Abbiamo pubblicato ieri la prima parte dell'intervista esclusiva a Bruno Gigliotti, fratello di Dalida, discografico ed editore musicale. Gigliotti, in sostanza, ha contestato la veridicità delle lettere (pubblicate nel «Secolo XIX» del 25 gennaio), scritte da Luigi Tenco alla sua donna segreta, Valeria; ha parlato anche di «operazione poco chiara da parte del fratello del cantautore, Valentino»; ha addirittura messo in dubbio l'esistenza di Valeria.
Nella seconda parte dell'intervista, che pubblichiamo oggi, Gigliotti ricostruisce dal suo punto di vista gli avvenimenti della notte in cui Luigi Tenco si uccise: la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967.

Sulla morte di Tenco e sul comportamento di sua sorella al suo capezzale quella notte c'è ancora una parte di mistero, relativo al succedersi degli avvenimenti; e soprattutto al fatto che Dalida, dopo aver scoperto il corpo, è stata troppo rapidamente interrogata dalla polizia, per poi sparire senza lasciare tracce.
«Un mistero inesistente, alimentato da persone come Valentino Tenco e i suoi cattivi consiglieri».

Ma basato su alcuni fatti concreti, tra cui una lunga telefonata che egli avrebbe fatto prima di morire a Valeria...
«Che potremmo chiamare l' "arlesiana" perché nessuno l'ha mai vista...».

La sparizione di una lettera nella quale Tenco si proponeva di denunciare i retroscena del Festival, e ora le lettere scritte a Valeria in tre anni di amore.
«La partenza di Dalida in quel momento faceva comodo a molte persone. Resasi conto che Luigi era veramente morto, mia sorella urlò "assassini" in direzione degli organizzatori del Festival e lo ripeté più tardi chiedendo che la manifestazione venisse immediatamente sospesa, cosa che non avvenne, naturalmente».

Qualcuno le chiederà di fare i nomi di chi l'avrebbe spinta ad andarsene così in fretta.
«Io posso ricordare chi era presente quella terribile notte nella stanza di Tenco o nei corridoi dell'Hotel Savoy. Tra gli altri, Lucio Dalla che fu svegliato dalle urla di Dalida e si precipitò a vedere cosa era successo, Paolo Dossena e Mario Simone che erano nel frattempo arrivati e cercavano di calmarla».

Chi sapeva della relazione fra i due cantanti?
«Eravamo al corrente in pochi: io, mia cugina Rosina che era anche la sua segretaria, Paolo Dossena, Mario Simone, Renzo Arbore e un'altra persona di cui mi sfugge il nome».

Come e quando si erano incontrati?
«Vorrei ricostruire con esattezza come sono andate le cose. Mi scusi se sono molto nervoso, ma è molto duro per me rinvangare questa storia dolorosa, che per me si è ripetuta tre volte. La prima con Tenco, la seconda con il tentativo di suicidio di Dalida per amore (esattamente un mese dopo la morte di Luigi, il 26 gennaio del 1967) e la terza con il suicidio riuscito di mia sorella cinque anni fa. Dell'incontro di Luigi Tenco con Dalida ho un ricordo preciso. Dalida era nel pieno del suo successo mondiale e in Italia era sicuramente un mito, fin dal 1959, anno in cui aveva conosciuto il successo con "Zingaro". E i "patron" di Sanremo le offrivano ponti d'oro perché la "calabrese di Parigi" partecipasse al Festival. Ma lei rifuggiva dai festivals, che non avrebbero aggiunto niente alla sua fama, anzi tutto da perdere».

Come finì per andarci?
«Le telefonarono, da Roma, Ennio Melis, direttore della Rca, la casa discografica di mia sorella, Ettore Zeppegno, e se ricordo bene Paolo Bassi e Paolo Dossena e forse anche Mario Simone, ma non ne sono certo; tutti per comunicarle una visita a Parigi e con l'occasione presentarle un cantante che aveva molto talento, e un repertorio completamente nuovo che le sarebbe piaciuto, che non era ancora molto conosciuto, ma che aveva davanti a sé un sicuro avvenire. Così una sera di fine settembre 1966 si presentarono a cena nella sua casa di Montmartre. Ricordo come ora, quando si apri la porta ed entrò Tenco che vedevamo per la prima volta».

Che età avevano?
«Tenco 29 e Dalida ne avrebbe compiuti 34 il 17 gennaio. Io che conoscevo benissimo mia sorella che adoravo e idolatravo al punto da considerarla "la donna della mia vita", ho subito sentito che era accaduto qualcosa fra loro due: un fluido, una corrente impalpabile era passata tra il bei ragazzo un po' tenebroso e la bellissima diva della canzone. Dopo la cena Tenco si è messo al piano e ha cantato "Ciao, amore, ciao" che conquistò subito Dalida. I dirigenti della Rca avevano chiaramente già un'idea in testa, ma accennarono con cautela a un'eventuale partecipazione a due al Festival di Sanremo, sapendo dell'avversione di Dalida, ma anche di Tenco, che era una persona integra, un cantante piuttosto contestatore che non accettava compromessi. Se alla fine decisero di partecipare fu solo per l'amore che li legò fin dall'inizio. Ma Dalida aveva già deciso di registrare comunque la canzone, il che fu l'occasione per mille incontri d'amore in Italia e a Parigi. Lui scendeva all'Hotel Princes de Galles (dove più tardi Dalida fece il suo primo tentativo di togliersi la vita), poi raggiungeva Dalida nel suo studio che era anche la sua casa. E così io e, soprattutto, mia cugina Resina fummo testimoni della passione che li stava travolgendo, seppur mantenuta nel più rigoroso segreto. Luigi Tenco che era una persona molto fiera e orgogliosa, il che va a suo onore, non voleva che si pensasse a una sporca operazione commerciale e pubblicitaria».

Il fratello di Tenco era al corrente?
«No, non ne sapeva niente. Lo sapevano solo Paolo Dossena e Mario Simone; Melis e Zeppegno facevano finta di niente e Renzo Arbore che ho saputo poi essere un grande amico di Tenco».

Dunque, perché alla fine andarono a Sanremo?
«Dalida diceva di "voler dare il suo pubblico" a Luigi, e pose come condizione della sua partecipazione a Sanremo l'esecuzione della canzone di Tenco che non era però stata selezionata e alla quale lei credeva moltissimo».

Arrivarono tre giorni prima a Sanremo...
«Per abituarsi all'atmosfera del Festival, così lontano dalla loro sensibilità, si fecero per la prima volta fotografare insieme sulla terrazza del palazzo del festival e nel loro camerino».

Lei era presente?
«Arrivai in treno con Resina e fu Luigi stesso a venirci a prendere per dimostrare la grande amicizia che ci legava».

Perché Dalida, che preferiva i colori vivaci, la sera della sua esibizione portava un abito nero e bianco?
«Voleva semplicemente essere in stile con Luigi che era in abito scuro».

La loro fu l'ultima canzone della serata...
«Sì, e il primo a salire sul palcoscenico fu Tenco che, preso dal «track», cantò con molta fatica la sua splendida canzone e praticamente nell'indifferenza generale. Mentre l'interpretazione un po' plateale e drammatica di Dalida fu accolta da fragorosi applausi. In quel momento vedemmo guizzare un sorriso negli occhi di Tenco: la sua canzone aveva conquistato il pubblico, dunque sarebbe entrata in finale!».

Lui se ne andò subito via solo?
«No, in attesa del risultato che tardava, si rifugiò in camerino e cominciò a bere e a trangugiare pillole, finendo per addormentarsi. E quando qualcuno crudelmente, molto tardi nella notte, lo svegliò per annunciargli che la sua canzone era stata bocciata fu preso da una furia silenziosa che si leggeva nei suoi occhi e nei suoi gesti. Anche Dalida non riusciva a calmarlo. Dopo una corsa folle in macchina con Dalida non volle seguirci al ristorante "Nostromo" dove era stata prevista una cena organizzata dalla Rca e si ritirò in albergo, dove poco dopo lo raggiunse Dalida impaziente di stare con lui».

I giornali italiani hanno scritto che Tenco, disperato, infuriato, quella sera parlò a lungo con Valeria promettendole di vederla il giorno dopo a Genova. Mezz'ora dopo era morto.
«Sulla base di una ricostruzione precisa degli avvenimenti posso affermare che non può avere avuto il tempo materiale di telefonare. E non era in condizione di pensare a nulla e a nessuno. Se non avesse mescolato alcool e pillole forse non sarebbe successo nulla. È stata una fatalità. Mia sorella lo raggiunse in albergo non più di venti minuti dopo averlo lasciato. Lo vide riverso per terra e pensò a un malore. Cominciò a gridare "un medico, un medico, Tenco sta male". Si rese conto che era morto solo quando, abbracciandolo, ritirò le mani piene di sangue».

Qualcuno ha affermato che Dalida aveva criticato il suo modo di cantare.
«È una pura calunnia. Non c'era nessun testimone sulla macchina quando Luigi si buttò in una corsa folle con Dalida e nessuno quando lei arrivò nella stanza e lo trovò morto. Come si può pensare che una donna che ama possa criticare il suo uomo in un momento così difficile? Chi ha fatto queste affermazioni non si rende conto che si può uccidere qualcuno con simili insinuazioni».

Perché la polizia interrogò così brevemente sua sorella?
«Era sconvolta, la strapparono letteralmente dal corpo di Luigi che non voleva più lasciare, le fecero un'iniezione di calmante, ma lei continuava a gridare che il festival si doveva fermare. Lei stessa ce l'ha sempre ripetuto, ed io ne sono convinto, che Tenco non si è ucciso per una canzone, ma per protestare contro un sistema che aveva premiato "Io, tu e le rose". Sono "loro" che avendo altri grattacapi, per togliersi un peso ingombrante preferirono che lei se ne andasse».

La sua è un'accusa grave. Quando lei dice «loro» genericamente, rischia di essere obbligato a fare i nomi di chi l'avrebbe costretta ad allontanarsi.
«C'era molta confusione, molta gente, gli organizzatori del festival e molti padroni di case discografiche e tanti sconosciuti. Tutti gridavano e molti insistevano perché l'ex marito di Dalida, Lucien Morisse (che seppe dell'amore per Luigi solo quella sera), e Eddy Barclay la portassero via, evidentemente con motivazioni diverse. Facendoci largo tra la folla, la facemmo uscire attraverso le cucine, lanciandoci in una corsa sfrenata verso la frontiera francese, verso Nizza dove Dalida prese l'aereo per Parigi. La sera stessa chiamò Sanremo per sapere se il festival era stato sospeso. E alla risposta negativa urlò di nuovo al telefono "Assassini". Sanremo fu l'inizio del suo dramma come donna, anche se come artista ebbe ancora molti anni di successi. Per mesi si senti colpevole di aver accettato di partecipare al festival. Ripeteva in continuazione: "Non si è ucciso per una canzone. Voi non sapete niente di lui. Non sapete della sua infanzia infelice, alla ricerca di un padre che ha conosciuto solo sul letto di morte"».

Dalida aveva conosciuto la madre di Luigi?
«La incontrò dopo il suicidio di Luigi, che aveva con sua madre un legame particolarmente profondo per motivi che non voglio dire. E mantenne con lei dei rapporti molto affettuosi provati da lettere e telegrammi. La madre aveva capito che nella vita di suo figlio qualcosa di importante e di bello era intervenuto. Per questo ha sempre mantenuto il legame d'affetto con Dalida».

Luigi Tenco e Dalida avevano progetti in comune?
«Dalida pensava di portarlo in Francia, dove i cantautori riscuotevano già grande successo. E prima della tragica serata avevano annunciato a qualche amico che si sarebbero sposati entro aprile. Gli altri possono non crederci, ma perché questo gusto di infangare il nome di mia sorella, approfittando di ogni occasione per ricamare storie assurde su di lei e sulla sua vita, senza sapere nulla di preciso, come hanno fatto l'ex patron della "Bussola", Bernardini, e altri a "Telefono giallo"?»

Quando lei parla di querele, su che cosa intende basarle? Se le lettere sono vere, lei come intende agire?
«Voglio accusare di diffamazione tutti coloro che fin dall'inizio della storia, con allusioni o insinuazioni, hanno lasciato credere a una responsabilità diretta di mia sorella nella morte di Tenco. E non posso accettare che si affermi che si tratti di "amore pubblicitario"».

E nei confronti di Valeria?
«Per me non esiste e non la tengo neppure in considerazione. E non capisco l'interesse di Valentino Tenco a far pubblicare quelle lettere. Lui ha sempre affermato di voler far chiarezza sulla morte di suo fratello, non sulla sua vita privata. Parlarne ora, in concomitanza del Festival di Sanremo, fa pensare a un fatto pubblicitario. Il problema della morte di Tenco è problema di tutti i giorni. Perché tanto clamore proprio adesso?».

Maria Grazia Tajé (2-Fine)



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