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ADESSO ARRIVANO I KILLERS

Viene quasi vergogna a ripigliare, dopo qualche fatto crudele o assurdo o nello stesso tempo assurdo e crudele come il suicido del giovane cantautore Luigi Tenco a Sanremo, il mestiere di commentatori della cronaca: si potrebbe dire: una vergogna di usare parole, generalizzazioni verbali, là dove c'è stata una lacerazione vitale (...).
Non si tratta di fare del facile moralismo giornalistico, della sociologia da quattro soldi: semmai è un'operazione di decifrazione lenta, faticosa, dubbia, nella quale nessuno è giudice e nessuno può trinciare diagnosi definitive. Se si dice che il dramma, in certo senso incredibile, di Sanremo sembra mettere a nudo una specie di squarcio fra generazioni, una trasformazione brutale di equilibri (o di squilibri), non si deve riattaccare il solito lamento sui giovani attuali, insieme decisi e smarriti,con falsi ideali, con frenesie inconcepibili per i meno giovani eccetera. Così il discorso sarebbe facile e retorico: il quadro che pare di intuire è invece più nudo, spietato, freddo.
Sono andato a riguardarmi certe vecchie fotografie dei primi festival di Sanremo: le facce floride degli idoli di allora, la gonna di tulle di Jula de Palma, il frac del maestro Semprini eccetera; ho visto il boccascena di tredici o quattordici anni fa, illuminato da incredibili lampade a paralume frangiato, che parevano, ingigantite, quelle che stavano nei tinelli di casa nostra, con le conterie scosse dal passaggio dei tram.
Non parlo delle "buone cose di pessimo gusto": penso solo: no, sotto quelle lampade, nell'atmosfera in cui quelle lampade, quelle forme fioriscono tranquillamente, non ci si può uccidere per l'insuccesso di una canzone. Si farà chiasso, si lanceranno terribili contumelie o minacce, ci si morderà l'orecchio, si farà a botte o a querele (per poi abbracciarsi), ma niente più.
Forse è un errore di prospettiva, ma quei vecchi festival di tanti anni fa, pur con gli inevitabili inghippi, gli sgambetti, i "giochi" coperti, gli interessi, somigliavano ancora molto a tombole in famiglia; o, se si vuole, conservavano un'ultima tinta italica, da Piedigrotta, da commedia dell'arte. Gli imbroglietti, caso mai, erano ancora quelli di Arlecchino e di Pantalone: andava davvero benissimo su ogni piano il versetto di Beaumarchais: Tout finii par des chansons, tutto finisce in canzonetta. Lo straordinario sviluppo, il prepotere che ha assunto negli ultimi anni l'industria della musica leggera ha addirittura capovolto le carte in tavola.
Al contrasto massiccio, spietato di interessi, ai giri di miliardi, ha finito per corrispondere anche un'altra fauna umana; il dilemma brutale del successo o dell'insuccesso netti, senza ricorso, ha liberato, per dir così, una sorta di nevrosi nel mondo diggià instabile della canzone, una tensione cruda e sempre al punto di rottura. I tafferugli, metaforici o no, della musica leggera si sono trasformati in una guerra di ben altra crudeltà.
Con passo felpato, sono entrati in scena i "Killers". Importa poco se poi mandante, esecutore, vittima coincidono con la stessa persona come nel triste caso di Tè fico: il fatto è che la situazione è ormai di quelle senza esclusione di colpi, il Gran Tritacarne non consente più neanche l'eleganza gratuita del "non vincere", l'insuccesso non è più un incidente ma una colpa. Su questo sentimento di colpa, che del resto la vita contemporanea fa di tutto per nutrire velenosamente, s'innesta quel male troppo umano che è l'autodistruzione.
"Il pubblico vuole a tutti i costi l'eccentricità, vuole che questi personaggi si spingano o siano spinti sempre di là dai limiti... e noi cerchiamo di darglieli" ha commentato un discografico. C'è da stupirsi se queste generazioni di "idoli" o aspiranti idoli non sono neppure sfiorate dall'idea che la forza e la grandezza della vita stanno nel maturare e che il maturare è fatto anche di tante sconfitte accettate, non è il balzo improvviso, il tutto o il nulla? Il mondo apparentemente così fatuo e svenevole della canzone ora "regola i suoi conti" con una durezza ghiaccia e frenetica. La prima brutta conclusione è questa.

Giuliano Gramigna


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