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Da "Sorrisi e Canzoni Tv", gennaio 1967

Personaggi del Sanremo '67: Luigi Tenco

È IL FESTIVAL CHE CHIAMA ME

LUIGI TENCO SUL PALCO DEL FESTIVAL Il 1967 vedrà per la prima volta Luigi Tenco a Sanremo. La sua canzone "Ciao amore, ciao", che ha un inizio un po' lento ma un ritornello felice, verrà lanciata dalla ribalta del Festival da Tenco e Dalida. Che succede? Il cantautore pigro come un gatto e schivo fino alla scontrosità ha rinunciato dunque ai suoi principi (non andare ai festivals, non fare le serate)?

"Non sono io che sono cambiato - dice - ma il pubblico, che mostra un interesse nuovo per quella linea melodica che si riallaccia al folklore italiano. Il problema è quindi quello di inserire, nel mondo sonoro di oggi, canzoni che si ispirano a antiche melodie. Il campo è così vasto che ogni cantante può attingervi secondo la propria vena, mantenendo intatta la propria personalità".

Seduto immobile nella poltrona, tutto vestito di nero (maglione, pantaloni, scarpe con l'elastico) fissa gli occhi negli occhi e soppesa ogni parola prima di rispondere.
Spiega che finora noi abbiamo imitato gli altri: gli americani prima, i francesi poi. E adesso crediamo che sia venuta di moda la canzone di protesta.

"Ma la protesta non può essere una moda più di quanto non lo sia il desiderio delle ragazze d'oggi di fare le indossatrici; il che presuppone certi requisiti fisici che si hanno o non si hanno: gamba lunga, gambe longilinee, felinità di movimenti".

"Chi sono i cantautori che lei stima? Endrigo, Paoli, Lauzi, mi pare".
"I cantautori sono la rappresentazione in chiave musicale leggera di un certo decadentismo di tipo dannunziano (Visconti ha spiegato come il termine decadente non sia dispregiativo). Io li stimo perché le loro canzoni mi sono piaciute, un tempo; forse mi hanno influenzato per un certo periodo. Quello che più ammiro, in Endrigo e Paoli, è il modo di dire le cose; però stimo molto di più quelli che hanno qualcosa da dire. A una forma perfetta preferisco l'importanza del contenuto, sia pure male espresso".

"Un esempio?"
"II ragazzo della via Gluck, di Celentano".

"Per usare i termini matematici, che lei predilige, qual'è il minimo comune denominatore delle sue canzoni?".
"Non il problema amoroso, ma forse questo: a me piace che le cose vengano dette nel modo meno cauto e meno poetico proprio per non togliere l'irruenza a quello che si sta dicendo, la capacità di colpire, di andare a segno".

Quando è a Roma Tenco abita una vecchia casa di Borgo Pio, vicino al Vaticano. Al primo piano c'è un magazzino all'ingrosso di rosari; al 2 una ditta di articoli religiosi; al 3 un sacerdote; al 4 c'è lui. Per Natale è stato nella sua villa di Recco, dove lo attendevano la madre e i nipotini, i quali ogni anno pretendono dallo zio (che ha studiato ingegneria) l'impianto delle candeline rosse che si accendono e si spengono sull'albero.

"Quando compone? In treno, in auto, nei momenti più impensati. Quasi mai in casa. La sua prima canzone di successo, "Quando", com'è nata?"
"Ero a Genova, in macchina, aspettavo una signora a una boutique. Si fece attendere quasi un'ora. Fu lì che mi venne fuori "Quando (il mio amore tornerà)", parole e musica. Forse avevo drammatizzato la situazione".

"Per Tenco è più importante il lavoro o l'amore?"
"L'amore è più importante del lavoro, perché lo condiziona; ma non posso considerare l'amore staccato da due occhi, da un paio di gambe, non posso essere innamorato dell'amore. L'amore è importante finché c'è. Quando non c'è non esiste".

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