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Dal settimanale "Oggi" - gennaio 1970

A tre anni dalla tragica morte di Luigi Tenco abbiamo incontrato sua madre, che vive di ricordi a Recco nella stessa casa: un antico torrione.

Mi sembra sempre di vederlo tornare

Così ci ha detto piangendo la signora Teresa, che non ha ancora superato la disperazione di quei giorni. "Ecco il mio tormento: non abbiamo mai avuto il tempo di parlarci e di capirci", ci ha confessato amaramente. Solo adesso la mamma di Luigi ha compreso le canzoni e gli ideali del figlio scomparso.

di Cristina Maza

Recco (Genova), gennaio

LUIGI TENCO CON LA MADRE "Per me era sempre il mio studente... Il mio bambino. Mi manca, il mio bambino: sento sempre più la mancanza della mia creatura". La mamma di Luigi Tenco sta piangendo. Sono lacrime irrefrenabili: il volto, dai lineamenti severi, è sconvolto. È seduta nella cucina della sua casa. Intorno ci sono i giocattoli dei bambini, i figli del fratello di Luigi. C'è un ritratto del cantante, sulla mensola di un buffet, e lo sguardo della donna corre là, come ad invocare un aiuto, un impossibile ritorno. Sono venuta fino quassù, al Torrione, sulla costa ligure, per parlare di Luigi. Sono passati tre anni dalla sua tragica morte, ma per sua madre, solo per lei, il tempo si è fermato a quella notte.

Adesso Teresa Tenco si è ricomposta. Parla stando in piedi, un po' rigida, accanto al tavolo. È vestita di grigio: i capelli, ormai quasi tutti grigi, sono raccolti. Assomiglia molto a Luigi: ritrovo certe timidezze improvvise, certe esitazioni, e anche certe affermazioni violente, appassionate, che erano proprie di lui.
"Mio figlio non voleva capire che il mondo è quello che è, lui faceva tutto sul serio, e voleva che gli altri lo comprendessero", dice. Poi, come se parlasse a se stessa: "Tutto è stato causato dalla mia malattia. Sono stata ammalata gravemente per anni e anni. Sono andata anche in Svizzera, per essere operata, e lui è rimasto troppo nelle mani degli altri, lontano dalla sua mamma, nelle mani di amici, che non erano veri amici. Gli amici..."Chi fa più di una mamma, o ti tradisce o ti inganna". È un proverbio, ma i proverbi nascondono la realtà. Dagli amici Luigi non ha avuto altro che delusioni".

"Solo negli ultimi giorni mio figlio", dice Teresa Tenco "mio figlio sperava di essere finalmente capito. -Tu cosa dici?, mi chiedeva, proprio qui, in questa stanza, -Capiranno la canzone? Era questo il suo tormento. Lui diceva: -La gente non va più a conferenze, non ascolta più le prediche in chiesa: l'unico modo che abbiamo di dire qualcosa alla gente è attraverso le canzoni. Lui era coerente, pensava solo agli altri. Quando era ragazzo si vestiva sempre bene, voleva le camicie pulite, e io, quando ero con lui, gliele preparavo tutte le mattine. Poi a poco a poco ha cominciato a portare solo maglioni, a vestire trascurato. E se io gli dicevo qualcosa lui mi rispondeva: -Ma mamma, c'è gente che non ha neanche la maglia, gente che ha freddo e non ha i soldi per vestirsi, che cosa vuoi che me ne importi delle camicie? Ma erano rari i momenti in cui potevamo parlarci veramente. Questo è il mio tormento: non abbiamo mai avuto il tempo di parlarci e di capirci".

Gli occhi della madre di Luigi sembrano guardare nel vuoto. Il suo è quasi un monologo disperato che non oso interrompere.
"Ci sono state tante cose sbagliate: il fatto, per esempio, che Luigi avesse lasciato il Liceo Classico e si fosse iscritto allo Scientifico. Io l'ho saputo solo a cose fatte, perchè allora lui viveva a Genova presso una professoressa che l'aveva seguito anche nelle medie: io ero sempre negli ospedali. Sapevo che Luigi era più adatto per il Classico, e sentivo che avrei dovuto fare qualcosa, ma non ho avuto il coraggio di ribellarmi, di oppormi a quella decisione. Adesso ho imparato che quando si sente una cosa, bisogna farla, che non bisogna dire no quando si pensa sì, ma è troppo tardi. Vede, quando Luigi è andato a Sanremo, quella volta, io mi vedevo là con lui. Mi vedevo con lui in una camera a due letti, in quell'albergo... Non so spiegarle, ma io dovevo essere là. Invece lui è partito prima da solo, e io pensavo sempre di raggiungerlo".

"Poi mi è venuta a trovare una signora conosciuta durante una degenza in ospedale. Era un tipo un po' invadente, di idee contrarie alle mie. Lei voleva assolutamente portarmi a Sanremo: mi avrebbe accompagato in macchina. E io le dicevo di no, ma tutta una parte di me invece diceva di sì. Fatto sta che non sono andata. Poi Luigi mi ha telefonato il mercoledì: -Mamma, una di queste sere vengo a casa, mi ha detto. E io capivo che c'era qualcosa che non andava. Probabilmente lui aveva già fatto delle prove, e la canzone non era stata capita, oppure qualcos'altro. Poi Luigi mi ha raccontato che era stato dal dentista, che non aveva più mal di denti (quando era partito soffriva molto per un dente) e mi ha promesso che avrebbe portato anche me da quel dentista così bravo. Era pieno di progetti: si era accordato con i dirigenti della sua casa discografica per fare un disco su Recco, per cercare di lanciare turisticamente il paese in cui vivevamo. È stata l'ultima volta che ho parlato con lui. Poi ho cominciato ad attenderlo, e non ho più pensato a partire... Invece, siamo arrivati a quella notte". La madre di Tenco tace, come sfinita, e china il capo. Intorno c'è un grande silenzio.

"Signora", le domando, "non ascolta mai i dischi di suo figlio?"
"Solo qualche volta, quando sono sola. Perchè i nipotini gli volevano troppo bene, Patrizia, la bambina specialmente, e a sentire la sua voce potrebbero rattristarsi di più. Invece io posso ascoltare i suoi dischi perchè a me sembra sempre di vederlo entrare, abbracciarmi con gli occhi lucidi. Perchè a me Luigi voleva molto bene. Se ci fossi stata io, là, non sarebbe successo niente, perchè io non l'avrei lasciato solo, neanche un attimo. Quando l'ho visto cantare quella sera in televisione, non era lui, era un altro, il viso duro, arrabbiato, lui che aveva un viso così dolce. Ho avuto paura, vedendolo. Poi mi hanno detto che forse aveva preso della roba, dei sedativi, per calmarsi. Io non sapevo niente, quando era qui con me non prendeva niente. Ma io mi chiedo sempre: ma perchè l'hanno lasciato solo, in quelle condizioni?".

"Signora, lei sapeva di Dalida?"
"No, non sapevo niente". Mio figlio mi aveva detto che in quel periodo, poco prima di Sanremo, era stato a Parigi, ma non so se avesse visto Dalida o meno. Non so come mi sarei comportata se Luigi mi avesse detto di voler bene ad una cantante famosa. Non so come avrei reagito. Io per lui sognavo una ragazza tranquilla, della nostra gente, però può anche darsi che l'avrei capito. La signora Dalida l'ho vista dopo: è venuta a trovarmi e non parlava nemmeno, tanto piangeva. Si accusava perchè l'aveva lasciato solo. Qualcuno, forse Mike Bongiorno, gli aveva detto senza pietà: -La tua canzone l'han già eliminata, e lui si era alzato di scatto, era uscito. Dalida mi ha detto che aveva avuto l'impulso di seguirlo, di corrergli dietro, ma un maestro che conosceva bene Luigi, che era un suo amico, le aveva consigliato di non fare niente. -Luigi fa una dormita e poi gli passa tutto, le aveva detto. Invece me lo immagino il mio povero ragazzo solo, con la certezza di non essere stato capito ancora una volta.

Dio mio, Dio mio! Solo la fede mi aiuta, quella fede che per Luigi era un contrasto e un tormento... Lui ce l'aveva su coi preti, per esempio, e io gli dicevo spesso che se ero viva, lo dovevo alle cure di una suora dell'ospedale, che mi ha assistita tanto. Gli dicevo che in tutte le categorie di persone ci sono i buoni e i cattivi, quelli che fanno il loro dovere e quelli che non lo fanno. Ma lui era troppo idealista, troppo esigente con se stesso e con gli altri. L'unica cosa che mi consola è che non l'hanno dimenticato. Sapesse quante persone mi scrivono, quanti ragazzi e ragazze mi telefonano, proprio perchè sono la mamma di Luigi, mi chiedono consigli. Andiamo nella sua stanza".

Saliamo per una scaletta strettissima: il Torrione è antico, risale all'anno mille. Teresa Tenco l'ha preso in affitto da una signora che oggi si è trasferita in America, proprio perchè era sicura che al figlio sarebbe piaciuto. E Luigi infatti, appena l'aveva visto, ne era stato entusiasta, il suo sogno più grande era quello di poterlo comprare un giorno, insieme al terreno che lo circonda e di fare tante villette, dove avrebbero potuto abitare suoi amici o altra gente. "Anche in questo non era egoista, voleva, nel suo sogno, che tanta gente godesse di un posto così bello", mi dice sua madre.
Adesso nel letto che fu di Luigi Tenco ci dorme lei, ma la stanza è rimasta come allora: i suoi vestiti, ordinatissimi nell'armadio, i suoi dischi, i suoi libri, un impianto di registrazione che Luigi aveva costruito insieme al fratello Valentino.
"Io speravo sempre che riprendesse a studiare", mi confessa sua madre, "perchè Luigi era molto bravo in tutto quello che faceva. Si era iscritto a Ingegneria, dopo il Liceo, poi aveva smesso per le canzoni, ma io ero sicura che un giorno avrebbe ripreso in mano i suoi libri, i suoi trattati. In fondo li amavo".

Ci sono le sue chitarre, un piccolo organo, che però non è quello di Luigi, che era più grande e più complesso. E nei cassetti del comò, tutte divise in ordine alfabetico, tutte le lettere arrivate alla madre di Luigi dopo la sua morte. E davanti alla finestra, da dove si vede solo il mare, una visione stupenda, c'è un tavolino dove la signora Tenco ogni giorno si mette a scrivere, perchè risponde a tutti: non ha fatto neanche la quinta elementare, e lo racconta con rassegnato pudore, eppure trova la forza di scrivere per ore e ore ogni giorno. "Lo faccio per Luigi", dice semplicemente. Poi mi racconta che il figlio, sapendo che lei era spesso sola in quella casa così isolata (l'altro figlio, la nuora e i nipotini si trovavano con lei per caso al momento della tragedia e da allora si sono fermati sempre qui) le aveva creato un impianto in modo che lei potesse accendere in pochi attimi tutte le luci della casa e due o tre luci nel giardino.

Racconta: "Pensi che Luigi, mentre si dedicava a questo lavoro mi diceva scherzando: -Se dovesse guastarsi e non ci fossi io, non ci sarebbe nessuno capace di aggiustarlo. Ed è successo proprio così: l'impianto si è guastato e io ho chiamato tutti gli elettricisti della zona, tutti, ma nessuno è stato capace di ripararlo. Nessuno sa veramente come era buono, come era caro con me, Luigi. E poi, generoso. Io dovevo frenarlo, perchè regalava tutto agli altri. Ogni tanto tornava a casa e non aveva più qualcosa di suo. Lo sgridavo, pensi. Neanch'io lo avevo capito. Adesso sì. Adesso cerco di fare quello che farebbe lui, se fosse qui. L'altro giorno ero andata in paese a far la spesa e ho incontrato un capellone che faceva l'autostop. Mi sono fermata a parlargli perchè sapevo che Luigi l'avrebbe fatto. Mi sono accorta che era senza soldi, che aveva fame. L'ho fatto venire a mangiare qui, gli ho portato il mangiare di sopra, per non disturbare i miei. Mi ha detto che faceva il batterista, allora gli ho dato l'indirizzo di un amico di Luigi, che forse poteva aiutarlo. E proprio ieri mi è arrivata una cartolina da Roma: "Tutto bene, il ragazzo olandese". So che della gente del paese mi ha rimproverata, ma non me ne importa niente. Gliel'ho detto, adesso faccio sempre quello che penso di fare: ho pagato troppo caro il fatto di non aver ascoltato soltanto il mio cuore".
Ritorniamo al piano inferiore. Davanti alla casa, su una specie di terrazza, c'è una pianta di limoni. Mi viene in mente l'ultima canzone di Tenco, uscita in disco dopo la sua morte, che si intitola appunta "Il tempo dei limoni".

Ne parlo con la signora Teresa. E lei mi dice subito: "Prima le canzoni di mio figlio non le capivo neanch'io. Adesso sì, adesso mi piacciono tutte, perchè tutte vogliono dire qualcosa. Vede, una signora mi ha scritto: -Non conta quanto vive un uomo, ma come vive. Sono parole di quel prete negro americano ucciso, quello che lottava perchè i negri avessero una vita come gli altri, non mi ricordo come si chiama. Questo pensiero mi consola, insieme alla fede, altrimenti forse sarei impazzita, impazzirei ogni giorno, perchè io lo ricordo ogni minuto, riferisco ogni cosa a lui, al mio bambino. E prego, non con le solite parole, ci sono tanti modi di pregare, in qualunque posto, facendo qualunque cosa, tanti modi di dire: -Signore, accetto. Signore, se tu hai voluto che io non fossi là quella notte, era giusto così". Ora gli occhi della signora Teresa, che guarda quel mare che tanto amava suo figlio, sono di nuovo pieni di lacrime. "Perchè Luigi era buono e aveva una fede. Sa che io non potevo tener rancore a nessuno? Lui mi diceva: -Tu sei cristiana, devi perdonare, siamo o non siamo fratelli? Vede, quando ricordo queste cose è come se lui fosse ancora qui e come se io potessi coccolarlo ancora... Lo coccolavo come un bambino".
Quando me ne vado, prometto di tornare. "La mia casa è sempre aperta, agli amici di mio figlio", mi dice la signora Teresa. E sul suo volto c'è per la prima volta un timido sorriso.

Cristina Maza

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