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Da un ritaglio di una rivista non identificabile - marzo 1967

La madre di Luigi Tenco rievoca l'incontro con Dalida avvenuto quattro giorni prima del suo tragico gesto

"Il rimorso la distruggeva"

"Mi è sembrata una donna con il sistema nervoso a pezzi. «Signora, sono stanca, stanca», ripeteva continuamente. Dopo la tragedia di Sanremo era sconvolta, non si era più ripresa dallo shock. E si sentiva colpevole della fine del mio Luigi. «Quella sera temevo che si sarebbe ucciso», mi ha confessato. «Lui non me l'aveva detto, ma io glielo leggevo negli occhi. Era disperato e l'ho lasciato solo»". Così ci ha raccontato la madre di Luigi Tenco, quando l'abbiamo incontrata nella villa di Recco.

Di Sandro Mayer

Recco, marzo

"Mio figlio e Dalida erano buoni amici. Nient'altro. Luigi non si è ucciso per amor suo. E Dalida non voleva morire perché senza di lui non si sentiva più di vivere. Fra loro, creda, non c'erano amori segreti o impossibili. Queste sono tutte storie inventate, ignobili speculazioni che vengono fatte con il nome del mio ragazzo".

Così mi dice la madre di Luigi Tenco, dopo avermi fatto accomodare nel soggiorno della villa di Recco, dove abita. È la prima volta, dopo la tragedia di Sanremo, che accetta di parlare con un giornalista: finora non ha mai voluto vedere nessuno, all'infuori dei familiari e degli amici più cari del figlio. Dalla villa non è più uscita, nemmeno per andare una volta a Ricaldone, dove è sepolto Luigi Tenco: è malata di cuore e i familiari cercano di evitarle ogni ulteriore emozione. Quando le hanno detto che Dalida aveva ingerito una forte dose di barbiturici, è rimasta a letto, sconvolta, per un giorno intero; poi, quando si è ripresa, ha pregato suo figlio Tino di andare a Parigi e di stare vicino ai familiari della cantante.

"Stanno vivendo la nostra stessa tragedia", mi dice la signora Tenco, "e sono sicura che le parole di uno di noi saranno di conforto. È per questo che ho voluto che Tino andasse a Parigi, non perché pensavo che Luigi fosse innamorato di Dalida".

CON LA MADRE E IL CANE "Signora, mercoledì scorso Dalida è stata al cimitero di Ricaldone e si è fermata a lungo davanti alla tomba di Luigi, poi è venuta a farle visita ed è stata qui un giorno intero. Due giorni dopo ha cantato in una trasmissione televisiva "Ciao amore ciao", indossando lo stesso abito con il quale si era presentato al Festival di Sanremo: appariva emozionata e commossa a tal punto, che molti l'hanno accusata di opportunismo, di volersi fare della pubblicità di pessimo gusto. Due giorni dopo, esattamente a un mese di distanza dalla morte di Luigi, invece si è rinchiusa nella camera di un albergo di Parigi e ha ingerito una forte dose di barbiturici: queste dolorose coincidenze hanno fatto pensare a molti che il gesto di Dalida avesse relazione con il suicidio di suo figlio. Lei ha parlato a lungo con Dalida, signora; forse è l'unica che può spiegare il gesto della cantante. Può dirmi perché Dalida è venuta a farle visita?".

"È venuta qui, come tanti altri, per farmi le condoglianze. Aspettavo la sua visita da un momento all'altro, con ansia. Avevo bisogno di vederla e le avevo scritto che se fosse venuta a trovarmi mi avrebbe fatto un piacere immenso".

"Perché, signora, voleva vedere Dalida?".

"Perché era la persona che a Sanremo era stata più vicina a Luigi: lei lo aveva visto vivo per ultima e lei lo aveva visto morto per prima. Vede, in quei giorni la verità mi fu tenuta nascosta. Mi dissero che Luigi era morto in un incidente d'auto. Venni a sapere, leggendo i giornali, che si era ucciso. Poi Tino mi parlò della fine di Luigi, ma lui non era stato là quella notte. E io avevo bisogno di sentire da Dalida quel che era successo. Appena arrivò, si scusò di non essere venuta da me prima. «Perdoni, ma non mi sentivo», mi disse. «Sono rimasta terrorizzata da quel che è successo e ne ho riportato un terribile shock»".

"Prima di allora, signora, non aveva mai visto Dalida?".

"No, mai. L'avevo vista per televisione, mi è sempre sembrata una donna forte, sicura di sé, una diva. Di persona era diversa: fragile, nervosa, agitata. Mentre mi parlava, le tremavano le mani. Fumava una sigaretta dietro l'altra, camminava avanti e indietro per la stanza. A tavola ha mangiato pochissimo, ha detto che il cibo le faceva nausea e che spesso saltava i pasti. Mi è sembrata una donna distrutta, con il sistema nervoso a pezzi. «Signora, sono stanca, stanca, stanca», mi ha ripetuto continuamente. «Faccio una vita d'inferno e non ce la faccio più ad andare avanti. Non ho orari né per mangiare né per dormire. Passo più tempo negli aerei, nei treni, in automobile che non a casa mia. Sono disperata»".

"Era in questo stato anche prima del Festival di Sanremo? Glielo ha confidato?".

"Da più di due anni era così. Ha parlato del suo matrimonio sbagliato, degli inutili flirt che le hanno dato l'illusione di essere una donna come tante altre. «Li ho ricercati io», mi ha detto, «e mi hanno distrutta. Ora, a più di trent'anni, mi sono accorta di avere dato tutto al mio mestiere e niente a me stessa. Ho il successo, certo, ma fra poco perderò anche quello e allora la mia vita non avrà più alcun senso. Sono un fallimento completo, un automa che vive in un mondo che ha ucciso e che ha logorato me»".

"Dei suoi rapporti con Luigi le ha parlato?".

"Non andavano d'accordo loro due. Lei era una diva, esattamente l'opposto delle ragazze semplici e spontanee che piacevano a mio figlio. Luigi faceva fatica a lavorare insieme a lei. «Le dive come Dalida», mi aveva detto Luigi prima di partire per Sanremo, «non sono delle donne, mamma: non sono naturali, non sono umane. Non immagini che fatica faccio a lavorare con lei». Dalida questo lo sapeva. «Non m'importava», mi ha detto. «Gli volevo bene lo stesso. Gliene volevo molto. E a Sanremo cercavo di stargli vicino; io lo andavo a cercare, volevo parlare con lui: era così buono, onesto, generoso Luigi e mi faceva bene stare in sua compagnia». Non credo fosse innamorata di mio figlio, ma aveva molta simpatia per lui, forse un mezzo sentimento".

"Secondo lei, signora, perché, dopo averle fatto visita, Dalida ha ingerito dei barbiturici?".

"Era a pezzi da parecchio tempo. Dopo la tragedia di Sanremo, era sconvolta, non si era più ripresa dallo shock. E si sentiva colpevole della fine del mio Luigi. «Io potevo salvarlo, ero l'unica che poteva farlo», mi ha detto, «e questo rimorso mi accompagnerà per sempre»".

"Perché? Come poteva prevedere?".

"Vede, fu Dalida a spingere Luigi ad andare a Sanremo. Quando sentì "Ciao amore, ciao", ne rimase entusiasta e disse che avrebbe partecipato al Festival solo se avesse cantato quella canzone. Luigi non si sentiva di andare a Sanremo, diceva che quello non era un ambiente adatto a lui. E allora tutti, pur di accaparrarsi Dalida, incominciarono a dirgli che quella era l'occasione per farsi conoscere dal pubblico. Lo convinsero che avrebbe vinto. «Se non avessi pestato i piedi per avere quel motivo», mi ha detto Dalida, «ora questa tragedia non sarebbe successa. E quella sera avrei dovuto stargli vicino a tutti i costi: io sentivo che si sarebbe ucciso, lui non me lo ha detto, ma io glielo leggevo negli occhi. Era disperato, e l'ho lasciato solo». Chiunque, al suo posto, si sentirebbe in questo stato. Vede, la gente non riesce a capire che i divi hanno sentimenti così umani, così comuni. Li vuole immaginare esseri superiori, diversi dal resto dell'umanità. Così, di fronte ad una tragedia come questa, vuole pensare che i suoi idoli hanno vissuto una vicenda straordinaria, la storia di un romanzo d'appendice. Non è così, creda: sono persone come le altre, questi ragazzi, hanno i sentimenti di tutti. Ma la gente li vuole essere superiori e loro sanno che devono apparire tali. Ma non ce la fanno, poveretti. Si logorano i nervi e così diventano vittime del loro mestiere, del loro pubblico. Così è stato per mio figlio, così è stato anche per Dalida. Bisogna fermare questa macchina. Non so come. Ma è necessario".

Il colloquio è finito. La signora Tenco ora vuole che io salga al secondo piano della villa, nella camere di Luigi. Ogni cosa è al posto in cui l'ha lasciata: nell'armadio ci sono tutti i suoi vestiti, su un comò la chitarra, un registratore, un giradischi. Sulla scrivania sono ammucchiate migliaia di lettere arrivate da ogni parte d'Italia. La signora Tenco me ne legge qualcuna. Sono di persone che scrivono "Tenco era un ragazzo intelligente, un vero poeta", esprimono le loro condoglianze. Altre sono dei ragazzi dei paesi: hanno fondato club che portano il nome di Luigi Tenco e chiedono in ricordo un suo indumento, un oggetto.

"Vede, nessuno ha capito il gesto di mio figlio", dice la signora Tenco. "Lui si è ucciso per protestare contro il divismo. E ora il pubblico vuol fare di mio figlio un idolo".

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