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Da "Il Secolo XIX", sabato 28 gennaio 1967.

Luigi Tenco: un giovane poeta stroncato da un mondo frenetico

La sua è stata una disperata protesta per ribadire le idee in cui credeva con convinzione e che tutti gli uomini dovrebbero custodire con gelosia: il gusto e l'orgoglio delle proprie persuasioni, delle proprie scelte; la difesa dei pensieri e dei sentimenti più intimi; il diritto di esprimere il proprio mondo

Il colpo di pistola di ieri notte non ha soltanto troncato tragicamente la vita di Luigi Tenco. Ha ridimensionato il Festival della canzone avvolgendolo della luce di una grottesca carnevalata fuori stagione. Gli squallidi isterismi dei divi ufficiali, le napoleoniche strategie degli editori e delle case discografiche, le ansie patetiche dei giovanetti in cerca d'una sistemazione, la colossale macchina organizzativa messa in movimento per un'occasione il cui contenuto è assolutamente insufficiente a giustificare tanti sprechi di energia e di buon senso; tutto viene a far parte di un assurdo, mostruoso delirio in cui van persi i confini del bene e del male e i termini della realtà quotidiana...

Non importa se il mercato brucia in fretta uomini e talenti, se in pochi mesi un astro si distrugge e un altro se ne crea, ugualmente fasullo. Questo è un campo in cui si cercano inutilmente la umanità e la pietà... Non che Luigi Tenco avesse bisogno di pietà. Tutt'altro. E smettiamo di chiamarlo 'ragazzo', di alludere con compunzione ad un suo eventuale esaurimento nervoso, di tirare in ballo la stravaganza del suo carattere, di legare lo sciagurato colpo di pistole dell'Hotel Savoy ala bocciatura inflitta alla sua canzone. Tenco era un uomo scontroso, timido, irritabile, portato ad assumere atteggiamenti clamorosi per difendere il pudore dei propri sentimenti. Ma un uomo. E a ucciderlo, prima della rivoltellata, è stata la mancanza di umanità nel mondo che lo circondava. Intendendo per umanità tutto ciò che gli uomini dovrebbero custodire: il gusto e l'orgoglio delle proprie persuasioni, delle proprie scelte, la difesa dei propri pensieri e dei propri sentimenti, il diritto ad esprimere il proprio mondo, anche quello poetico, anche quando in esso si agitano il senso doloroso della solitudine e l'ideale di una non effimera solidarietà. La propria sincerità, le difficoltà e gli slanci del proprio io. Invece il mondo della canzone è, nel migliore dei casi, popolato di professionisti. Di gente del mestiere la cui preoccupazione principale è quella di mimetizzare se stessa per andar dietro alle continue novità e alle mode che incalzano affannosamente... La sincerità, nella società odierna, è consentita soltanto ai poeti, le cui composizioni non devono essere vendute a centinaia di migliaia di copie come i dischi. Altro che bocciatura al Festival. Tenco era, di tendenza, un poeta. Non c'è nemmeno bisogno di sostenere, con benevolo giudizio postumo, che fosse un buon poeta. Leopardi non c'entra e nemmeno Montale.
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È un fatto che il Festival sia diventato con gli anni una formidabile macchina di pressione sull'opinione pubblica. Un altro fatto è che le scelte delle fantomatiche giurie popolari (non si conosce il nome dei componenti e quello dei notai è tenuto segreto) si sono spesso mostrate molto differenti da quelle che poi il pubblico ha effettuato indirizzando le vendite del mercato discografico. Terzo fatto è che la giuria di esperti (formata come abbiamo già visto da Bertolini, Ravera, Zatterin, Procacci, Bersani) ha ripescato una delle più brutte canzoni ascoltate e anche una delle meno applaudite dal pubblico in sala. Sarebbe forse il momento che il Festival della canzone diventasse una manifestazione più aperta, più aperta dalla partecipazione popolare nei giudizi, meno caratterizzata dai limiti della kermesse.
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L'errore di Tenco - se errore ci fu - è stato quello di aver creduto importante una kermesse, una sorta di baldoria pubblicitaria, fino all'avervi affidato motivi personali ben superiori all'occasionale portata della manifestazione. Ma per chi crede veramente in quello che fa, diventa difficile ridurre le cose al livello del gioco, dell'azzardo, dell'avventuretta senza importanza da affrontarsi con furbesca disinvoltura. Non è esatto dire che Tenco si è sparato perché "Ciao amore ciao" non è entrata in finale a Sanremo. Si è ucciso per la convinzione di non avere canali di comunicazione con quello che avrebbe desiderato fosse il suo pubblico.
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Mauro Manciotti


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