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Venerdì 12 - Sabato 13 Ottobre 1962

Le prime del cinema

La cuccagna
Questo è il terzo film di Luciano Salce, già sapido attore del gruppo dei "Gobbi" con Caprioli, Franca Valeri e Bonucci, poi anche regista di teatro e infine regista cinematografico; ed è il suo film più debole. Sembra la conclusione mancata di una commedia cominciata bene, al primo atto, con "Il Federale"; è continuata meglio, al secondo, con "La voglia matta"; ma finita male, e però caduta, al terzo. Chi non conosce le doti di Salce attore caratterista, il suo buon gusto nella satira del costume e nella caricatura e le sue qualità di regista, dopo aver visto questo film macchiettistico, banale e scombiccherato, è indotto a concludere che egli abbia indovinato in pieno "La voglia matta" solo per sbaglio.
"La cuccagna" (soggetto e sceneggiatura dello stesso Salce e di Luciano Vincenzoni) è anche un film di molte pretese, buttato giù alla peggio, contraddittorio, che non conclude a nulla. Vorrebbe essere "il film della intraprendenza economica, della ricchezza facile e degli sprechi assurdi, della fretta, del sesso e delle disillusioni"; ma gli industriali del Nord che vi sono raffigurati appartengono ai fanfaroni, agli imbroglioni, a gente che non ha né la testa sulle spalle né i piedi per terra; il "miracolo economico" resta soltanto una frase fatta, materializzata con esempi ed episodi convenzionali; il denaro speso facilmente ha sempre la solita origine ignota; la fretta non è giustificata né per i protagonisti dei vari episodi né per coloro che li hanno realizzati, operatore (Silvio Fraschetti) compreso; il sesso è adoperato per le abituali esibizioni spogliarellistiche che solleticano la massa degli spettatori e per tutti i luoghi comune correnti in materia; e le disillusioni hanno una ragione d'essere unicamente per la condotta illogica, razionale e sentimentale, dei personaggi.
Infatti, Rossella (Donatella Turri) ragazza di modestissima famiglia vuole lavorare rimanendo onesta ma al tempo stesso desidera procurarsi la sua "cuccagna" senza rendersi conto che l'abbondanza di tutto, la vita allegra e spensierata e la stessa felicità comportano sacrifizi d'ogni sorta; nella sua lunga ma poco originale peregrinazione alla ricerca di un posto, non cede alle tentazioni, respinge disgustata gli approcci di vari maturi e danarosi seduttori ma si abbuia e rimane delusa quando apprende che un allegro industriale, il quale non si interessa proprio alle sue forme che con tutta libertà e poca ingenuità ella mette in mostra, è sposato con figli; alla fin fine, per decidersi di andare a vivere con un suo coetaneo innamorato, squattrinato e scontroso (il cantautore Luigi Tenco), ci mette troppo tempo e apparentemente poco convinzione. Quest'ultimo tipo, poi, dopo averla sempre consigliata a non mirare troppo in alto, mettendosi con lei le dà come legge morale di non accontentarsi mai di poco e perciò di volere sempre più di quello che potrebbe ottenere con dignità. L'interpretazione è soltanto volenterosa da parte dei due esordienti attori: l'udinese diciottenne Donatella Turri, indubbiamente bellina e ben fatta ma ora atteggiata alla Lucia Bosè ed ora alla Audrey Hepburn; ed il genovese Tenco, ch'è meno di un filodrammatico.
Rumoroso, fastidioso e invadente è il commento musicale di Ennio Morricone. Anche questa volta il regista non ha rinunziato alla civetteria di apparire come attore, disegnando satiricamente la figurina di un generale al poligono di tiro.


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