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Prime visioni

Ullallà che cuccagna!


La cuccagna - Regia di Luciano Salce - Con Donatella Turri, Luigi Tenco, Umberto D'Orsi, Elisa Pozzi, Vincenzo Petito - Prod. Cirac-Agliani-Euro, 1962 (commedia, ore 1.45) Italia (Capitol) v.m. 14.

Luciano Salce, autore de "Il federale", "La voglia matta" (e prima ancora "Le pillole d'Ercole", ma quello fu un peccato di gioventù che lui ha già scontato e noi dimenticato, e che del resto produsse effetti benefici) è un regista intelligente, abile, tecnicamente ben preparato. A volte, le lunghe gavette danno buoni frutti; fra i quali mettiamo per esempio l'umiltà e il cinismo, che sono doti preziose per un commediante.
E poi, Salce sa quel che vuole. Al peggio, dopo aver visto questa sua "Cuccagna" sovraccarica di temi, di idee, di trovatine, molto buon cinema e insieme qualcosa di mediocre, personaggi e persone, tipi e macchiette, non tutti di prima mano si capisce, ma ridisegnati con furberia e un incantevole gusto moderno, al peggio dunque si potrà dire che vuole troppo. È che Salce ha debuttato tardi, nella regia. Anzi, si decise a inghiottire le venefiche "pillole d'Ercole" proprio per non diventare il più anziano aspirante regista del cinema italiano, e quando su di lui incominciavano ad addensarsi le ombre gelide di un immeritato zitellaggio.
Che adesso abbia fretta di dire, è naturale; è una smania che gli si deve perdonare anche se il discorso, a mitraglia, qualche volta si fa confuso, e anche se gli eroi delle sue commedie vanno e vengono in una specie di girotondo troppo svelto, con una strizzatina d'occhio, un inchino, una battuta, e poi via sbattendo le porte dei fotogrammi.
Guardate la ragazzetta del film, che sembra una trottola, questa "pin up" casalinga contagiata dal bacillo salterino del miracolo economico.
Non c'è verso di fermarla per sapere chi è; va come un'ape in un prato di fogli da diecimila, e la povera illusa ronza a vuoto. Naturalmente capitano tutte a lei, e siccome è troppo vanitosa per rassegnarsi a smacchinare in una copisteria, e troppo poco per incominciare l'arrampicata sociale dalle poltroncine di un "night" a tremila lire il tappo, finirà tra le braccia di un giovanotto finto anarchico, povero e saldo come una roccia nei suoi antiquati pregiudizi "anticonformisti". Dopo esser passata, s'intende, tra le grinfie di un mucchio di miracolati economici, veri e finti, altre api ronzanti su quel gran prato color salmone.
In fondo, il film è tutto in questo ronzio incessante e petulante, indice di una antica pigrizia camuffata da operosità. A Roma, sembra dire Salce, quella del "miracolo economico" è un'etichetta chic; in verità ci si arrangia come sempre, soltanto in un modo più sofisticato. Il ballo della cuccagna, appunto, ma a tempo di minuetto. La commedia è buona, divertente, amarognola; benché strettina di spalle, e in qualche momento sembra dover scoppiare per la pressione dei personaggi che vi si affollano e vi si danno di gomito furiosamente. Donatella Turri, debuttante diciannovenne, promette molto; è morbida, pieghevole, vellutata, in tutti i sensi. E ha un volto deliziosamente comune. Tenco, il cantautore, ci è sembrato invece soltanto disinvolto.
Ors.


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