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"La cuccagna" di Salce narra le avventure di una ragazza povera nel miracolo economico


di Filippo Sacchi

Dall'agile e intelligente regia di Luciano Salce ci arriva un altro prodotto di gusto, di spirito e di qualità, "La cuccagna". Come struttura esso potrebbe rientrare nella categoria dei film-inchiesta, film che attraverso l'esame di una catena di casi, scelti come tipici e significativi di un particolare fenomeno morale o sociale, mirano a offrire un panorama diagnostico del fenomeno stesso. È questa una vena felice del nostro cinema, quella che ci ha dato "I nuovi angeli", "Una vita difficile", "Leoni al sole" e "La voglia matta" dello stesso Salce.
Ma forse il film a cui "La cuccagna" si apparenta di più è "Il posto" di Olmi, non soltanto per la somiglianza nel filo conduttore della vicenda (ragazzi che cercano un posto), ma per una comune dialettica di sottofondo, che è un moto di sottintesa reazione polemica alla religione del miracolo economico. Perché il famoso miracolo economico c'è sicuramente, ma purtroppo esso è stato così distorto dai suoi turiferari ufficiali, facendone un merito esclusivo di classe, e così smisuratamente amplificato, da dar l'impressione che si voglia coprire il rovescio della medaglia, per cui è fatale che tipi increduli e inclini alla contraddizione, come sono i giovani, siano tentati a richiamare gli imbonitori economici alla modestia, ricordando che il rovescio esiste.
Come Olmi, comunque, anche Salce non imposta il tema collocandosi nella sfera predicatoria della denuncia, ma calandosi in quella più amabile e spicciola della osservazione di costume, attraverso le esperienze di una ragazza di modesto ceto borghese, Rossella, la quale stanca della domestica asfissia (forse c'è qualche tono di troppo nella pittura di questa gretta e desolante atmosfera familiare, per esempio la figura del fratello), esce dal suo popoloso e squallido quartiere di cemento della periferia romana per ricominciare ogni mattina il pellegrinaggio delle inserzioni economiche. Noi la seguiamo nelle tappe di questo pellegrinaggio che la porta successivamente in contatto coi tipi e con gli ambienti più disparati: l'arruffone pittoresco, l'avvocato maniaco, il pomicione pubblicitario, l'ufficio di copisteria, il commendatore milanese, ecc.: tappe che si concludono sempre in una sistematica e spesso umiliante delusione, anzi una volta addirittura in una questioncina con la squadra del buon costume, quando Rossella casca, ignara, nelle panie di uno studio fotografico specializzato in nudi.
Ora la principiante Donatella Turri è stata un'ottima scelta che prova il fiuto registico di Salce, perché non solamente possiede freschezza e spontaneità nell'esprimersi, ma perché è esattamente il tipo della ragazzina educata e perbene che cerca impiego, graziosissima senza aver nulla della bellezza professionale, civettina con semplicità, pulita con naturalezza. Ma il fatto di trovarsi ogni volta davanti alla stessa situazione finisce per forza per dare al personaggio una vaga schematicità: e anche, diciamolo, una certa cadenza di meccanico partito preso alla vicenda, perché non sembra possibile che dietro a ogni annuncio economico non debbano esserci altro che sudicioni o falliti. Perciò, benché ogni episodio preso a sé sia saporitamente girato, e ogni macchietta, ogni spunto maliziosamente inciso, forse Salce avrebbe fatto bene a sorvolare su qualcuno e a concentrarsi maggiormente sui due personaggi che sono l'autentica trovata del film. Uno è Bepi Visonà, il candido affarista e intrallazzatore veneto, schiattante, confusionario e di buon cuore, fisicamente e mimicamente incarnato da un non attore, Umberto D'Orsi, in modo inimitabile. L'altro è Giuliano, il giovane disoccupato misoneista, comunista e anarcoide insieme, che Rossella incrocia a ogni momento nelle sue peregrinazioni attraverso la città, e che finisce per inserirsi a poco a poco nella sua giornata, anche visualmente, come una specie di motivo dominante.
Anche questo Giuliano, che pare pensato apposta per Luigi Tenco, tanto è l'estroso mordente con cui l'interpreta e lo porta, è un personaggio vivo e nuovissimo. I suoi dialoghi con Rossella, diffidente ma confusamente affascinata da quei suoi sarcastici e catastrofici discorsi con cui cerca di indottrinarla sulle colpe della società borghese, sono un godimento. Esaltato, ribelle e un po' matto - però, sotto quella fosca apparenza di pistolero, con un suo scontroso candore da povero ragazzo solo e bisognoso di musica e poesia - a un certo momento, nella sua apocalittica ingenuità, concepisce un clamoroso gesto di protesta contro la società: si infilerà nascostamente entro il recinto del poligono in riva al mare dove hanno luogo le esercitazioni di tiro coi razzi, si stenderà sotto uno di quei carri armati di legno che servono da bersaglio, e salterà con esso. Rossella, anche lei stanca della vita, lo seguirà. "Saremo le prime vittime atomiche dopo Hiroshima", dice orgogliosamente Giuliano. Ma quando sono là in attesa, distesi l'uno vicino all'altro sull'arenile, finiscono per accostarsi, poi per baciarsi, e quel bacio di colpo li guarisce: al primo sparo se la danno a gambe. È delizioso, e qui per me doveva finire il film. L'episodio che segue, dei due ragazzi che vanno a vedere i panfili e i cruisers dove i ricchi se la spassano, mi pare una appendice demagogica, appiccicaticcia e quindi falsa.


Filippo Sacchi


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