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Le prime
Cinema

La cuccagna


Luciano Salce ha voluto cimentare la sua vocazione satirica (già sperimentata con buon successo nella "Voglia matta") in rapporto a uno dei fenomeni tipici del nostro tempo e del nostro paese: il mito del "miracolo economico", l'euforia del facile guadagno, il vaneggiamento di miliardi che non esistono, o che se ne stanno accuratamente chiusi nelle tasche di pochi. "La cuccagna" narra di due giovani che "miracolati" non sono e che, frastornati da tanto ottimistico clamore, imparano a loro spese le storture della società: lui, veramente - Giuliano -, è sin dall'inizio radicalmente avverso all'ordine costituito, e disprezza il lavoro non meno che i soldi. Lei - Rossella - si affanna invece ogni giorno sempre speranzosa e sempre delusa, alla ricerca di un impiego.
Da una copisteria a uno studio di avvocato, da un avveniristico studio pubblicitario a una fantomatica grande azienda, la ragazza non riceve che magri anticipi, stipendi di fame, profferte lubriche. Irretita in un equivoco studio fotografico, rischia anche la galera: maltrattata dai suoi, cerca rifugio presso Giuliano: e, con risoluzione eroica quanto malferma, entrambi deliberano di morire, ma facendo sì che la loro scomparsa suoni come una protesta. Entrano dunque, di soppiatto, in una zona di esercitazioni militari, dove si devono svolgere tiri di missili. Un po' i difetti della tecnica bellica, un po' l'istinto di conservazione salvano tuttavia i due ragazzi: che decidono di ricominciare a vivere, forti del loro amore, ma non disposti ad accontentarsi solo di quello.
Così riassunta, la trama può suonare più patetica di quanto non sia. In realtà Salce si è affidato prevalentemente agli aspetti comici (o addirittura farseschi) delle situazioni; minacciando a volte di perdere il filo conduttore, o di spezzarlo in una serie di macchiette spesso gustose (come quella di un colonnello cretino, ottimamente interpretato dallo stesso regista), ma talora non pertinenti al tema. Più che di fronte ad una organica commedia di costume, ci troviamo perciò dinanzi a uno spettacolo abbastanza piacevole, animato da oneste intenzioni polemiche, folto di pungenti osservazioni grottesche e di curiose divagazioni surreali. La cosa più riuscita è forse l'impietoso ritratto della famiglia di Rossella, con il fratello effeminato, il cognato fascista, il padre rimbambito dalla televisione. Ma all'attivo del film è senz'altro da mettere la scoperta di Donatella Turri, una attrice fresca, disinvolta, simpatica e graziosa. Anche Luigi Tenco (il noto "cantautore") se la cava bene. Bravo Umberto D'Orsi e funzionali tutti gli altri.

ag. sa.


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