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La Stampa, Giovedì 11 Ottobre 1962

"La cuccagna" : una satira dell'Italia del "miracolo"


"La cuccagna" è il quarto film di Luciano Salce, e fin dal titolo vuol essere un ritrattino satirico dell'Italia d'oggi, specialmente riguardata dall'angolo economico del così detto "miracolo". Qui non vi è incomunicabilità, ma se mai il suo contrario: cento, mille mani si tendono alla bella diciottenne che "offresi" impiegata: il calore sociale di un Paese felicemente ammalato d'intraprendenza la avvolge e compenetra.
Filo conduttore della satira, Rossella è una ragazza della piccola borghesia romana, che ambisce a uno stato indipendente non tanto per bisogno quanto per evadere dalla famiglia, una famiglia insieme regolare e scombinata che trova la sua pace soltanto guardando la televisione. L'ottenuto impiego in una copisteria, per quanto modesto, le basterebbe: se troppe e troppo più allettanti offerte non le fossero fatte da casuali conoscenti a cui la sua bellezza non riesce indifferente. Sotto la propulsione del gallismo e insieme del dulcamarismo italiano, ella diventa una foglia sbattuta in qua e in là da una tempesta di vacue promesse, per cui un giorno si ritrova "intervistatrice di inchieste di mercato", un altro "giovane di studio" di un avvocato senza clienti, un altro ancora modella di fotografie "artistiche" e così via, per una scala di giornaliere turlupinature in cui ci sono presentate altrettante facce della faciloneria nazionale, eccitata da una bella presenza femminile.
Alla fine Rossella, che è già molto se ha salvato il suo onore in quei violenti zig-zag, sente tanta malinconia da pensare di uccidersi, e sceglie per compagno dell'ultima avventura un onesto giovane di sinistra, che col farle sistematicamente da gustafeste, le aveva in precedenza dimostrato la sua saggezza e il suo amore. Che i due scelgano come teatro del loro suicidio un campo di esercitazioni missilistiche dice già che il loro proposito non è serio, mentre il regista ne toglie opportunità per un facile gag antimilitarista. In faccia alla morte, Rossella e il suo compagno sentono di voler bene alla vita e ci ritornano in tutta fretta per affrontarla amorosamente uniti.
Per quanto garbato e spesso divertente, "La cuccagna" si risolve in una serie di annotazioni e di macchiette, in uno sfarfallio di spunti e di trovate, che ricondotti a un motivo troppo generico per far da pedale a tutti, impediscono al film di snodarsi; come invece si snodava, pur tra tanti scherzi, nella "Voglia matta" dello stesso regista. Qui Salce si è fidato troppo dei suoi estri parziali di osservatore e moralista; e come avviene spesso agli antologisti di se medesimi, non ha saputo fare una scelta rigorosa degli episodi, alcuni dei quali riescono o di dubbio gusto (la famiglia di Rossella) o intenzionali e confusi (lo studio dell'avvocato); e anche i più azzeccati, come il fasullo industriale del Nord e il toccante epilogo, non riescono a far dimenticare il tritume da cui sorgono. Sono sempre da sconsigliare le satire effuse, senza un centro rabbioso. Oltre a questo, il regista si è un po' troppo scoperto nel suo impegno di "eccentricità", onde niente accade a questa ragazza, o le gira intorno, che non sia leggermente tirato per i capelli e opportunisticamente deformato.
Con queste restrizioni, su un piano notevolmente inferiore alle pretese, "La cuccagna" è tuttavia un filmetto asprigno e piacevole, che ha indovinato, fra altre cose, la sua esordiente protagonista Donatella Turri, dalla non sprecata somiglianza con Audrey Hepburn. Il giovane cantautore Luigi Tenco, il vivace Umberto D'Orsi, e in minime dose Tognazzi e lo stesso Salce, riempono in parte il mutevole sfondo del film sceneggiato dal regista e da Luciano Vincenzoni.


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