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IL RICORDO DI ALBERICO SALA

Alberico Sala aveva conosciuto Tenco al tempo del film "La cuccagna": il giornalista aveva preso parte alla presentazione del film e poi era andato a mangiare, con Tenco e Salce, in una trattoria di campagna, fuori Milano. In seguito, Alberico Sala scrisse un articolo di recensione del film, che viene riportato nel nostro sito.
Ecco la sua analisi sulla improvvisa scomparsa di Tenco e il ricordo di quel giorno autunnale di 5 anni prima.
Si noti la citazione del testo di "Ciao amore ciao": stranamente, Alberico Sala non riporta le parole della versione presentata a Sanremo, ma quelle di una versione provvisoria che Tenco aveva scritto in precedenza.




Da "Il Giorno", venerdì 27 gennaio 1967.

Dovevano finire nei juke-boxes: le avremmo ascoltate quest'estate, fra gli ombrelloni, presso il mare. Di colpo, sono diventate il testamento di un artista: la sua vita s'è rotta stanotte, fra i sussulti d'una festa di voci, d'una sagra di vanità, mutatasi in tragedia, per un colpo di pistola, che ha fatto crollare la volta sonora. Leggiamo le parole della sua canzone estrema (che avevamo intrasentito ieri sera, dalla radio, in automobile, fermi ad un semaforo), come se fossero il testo di una qualunque poesia.
L'operazione vorrebbe isolarne il valore, ma fra gli strumenti della critica s'insinuano la voce dell'autore, l'immagine del suo volto scavato, i dati neri della cronaca. Una bella canzone, riconosciamolo, proprio per le parole, che, nel contesto delle troppe altre che balbettano rime vietate, immagini da brivido, suggeriscono un paesaggio non oleografico, sentimenti precisi.
Anche l'iterazione del coro, nelle prospettive spalancate dal dramma notturno, riscatta una disperata intensità. Nei versi si colgono gli echi di buone letture, e il canzoniere di Lorca è il più vicino, con le suggestioni gitane.
Sulla rivista che abbiamo fra le mani, la canzone di Tenco è impaginata sotto quella di Lucio Dalla; ha un titolo che turba. "Bisogna saper perdere". Il cantautore un po' scontroso, che scriveva versi, note e poi le cantava, accompagnandosi con la chitarra, l'immagine stessa dell'autosufficienza e dell'autonomia, non ha saputo resistere. Ma la sua morte, s'intuisce, misteriosamente, aveva radici più profonde, forse oltre il terreno fatuo delle canzoni e delle esibizioni in pubblico, dove persino la vita può apparire una povera cosa. "Volevo andar lontano / fra case e ciminiere / dare un senso alla vita...": è una confessione che si trova nella sua ultima canzone.
Con altre parole, in un pomeriggio d'autunno di cinque anni fa, Tenco mi diceva la stessa inquietudine. Era venuto a Milano per la prima del film "La cuccagna", in cui interpretava la parte di un cantastorie protestatario. Con Luciano Salce andammo a pranzo in campagna, in un'osteria che conoscevo, presso un ponte sull'Adda. Poi, con Tenco, ero sceso verso il fiume: sul greto, manovali scavavano la sabbia. Discorremmo di poesia: Tenco s'annotò alcuni titoli di libri che, dicevo, non poteva non conoscere. Parlava a fatica, alle carte letterarie mischiava, inquietamente, quelle della vita; si guardava in giro come allarmato. Un altro brandello della sua canzone: "Ormai la mia vita è una prigione di vetro": così fragile, che è bastato il peso d'un rifiuto a frantumarla.

Alberico Sala


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