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Da "L'Europeo" n.9/1967

Gli indifferenti

Il grande sforzo di tutti, a Sanremo, è consistito nel dimostrare che il colpo di pistola con il quale si è ucciso Luigi Tenco non riguardava il Festival

Alle tre del mattino Lucio Dalla piangeva senza accorgersi di essere nudo (nello smarrimento e nella fretta drammatica s'era gettato addosso solo un corto giaccone di pelliccia bianca e nera), Nico Fidenco invocava la sospensione del Festival, cantanti melodici e protestatari gridavano "Assassini, lo avete ucciso voi" e volevano picchiare Zatterin. A mezzogiorno, arrivando puntuali alle prove, dichiaravano: "Era troppo puro, un idealista, un poeta" ai microfoni della radio bulgara o di radio Montecarlo, le uniche che volessero ascoltarli; dalla Rai-Tv era venuto invece l'ordine di far finta di nulla, a risolvere il caso spinoso avrebbe pensato come sempre Sergio Zavoli. Nei discorsi delle tre del pomeriggio l'idealista tendeva a mutarsi in esaltato, il poeta in visionario; alle cinque si faceva strada la certezza di un'inevitabile fatalità, "prima o poi l'avrebbe fatto comunque, tutto impasticcato com'era"; alle sette serpeggiava l'impazienza, "anche lui, benedetto figlio, che diamine andava cercando non lo so". Alle nove, sulle labbra di Mike Bongiorno abituate all'allegria fioriva inconsueta ma sbrigativa la parola mestizia; a mezzanotte il morto diventava un debole nevrotico, forse un vile. All'una tutti a letto e non se ne parla più. La fine di Luigi Tenco è stata per la gente del Festival un episodio imbarazzante e inopportuno, più che penoso. Una nota stonata: certo non l'unica a Sanremo ma la più stridente. Il cantautore suicida si confermava quel che era sempre stato, un guastafeste. Non se ne è parlato più: il cadavere ingombrante è stato chiuso nell'armadio, circondato dallo stesso silenzio ritroso e spietato con cui nelle famiglie si soffoca l'esistenza di figlie degeneri e cognati pazzi. Ad assolvere tutti, a liberare dagli scrupoli eventuali ostinati, ad alibi e giustificazioni c'era poi sempre la molto citata e ovviamente ferrea legge del teatro: lo spettacolo deve continuare.

Deliri linguistici dei cantanti stranieri

Così sul luogo del delitto lo spettacolo è andato avanti. I cantanti stranieri hanno continuato ad abbandonarsi ai loro deliri linguistici: "Pochi anni son passati", cantava Gene Pitney; "Tornerò da tèi kuando avrai besogno de mèi", promettevano i Bachelors; mentre Sonny & Cher volevano solamente "podamò"; Goldsboro si rammaricava "no mi vieine volila di uschire" e i Rokes ammonivano "bisogna sapeppèdlere". I cantanti italiani ripetevano allo specchio la mimica studiata per quest'anno: prediletto dalle donne il gioco mano-coscia sia nella accezione Caselli (mano battuta sulla coscia a segnare il tempo) che nella accezione Valloni (mani risalenti dalla coscia in lenta carezza); preferito invece dagli uomini quell'improvviso e violento scatto in avanti del bacino di cui è maestro Little Tony. "L'aquila di Ligonchio", Iva Zanicchi, soppiantava senz'altro "la pantera di Goro", Milva.
Negli alberghi sul mare, lontane da queste misere beghe provinciali, le star invitate per dare prestigio alla manifestazione non si preoccupavano di nulla. Distratta Marianne Faithfull, che aveva approfittato delle spese pagate per farsi raggiungere in weekend amoroso da Mick Jagger, il fabulous cantante dei Rolling Stones. Addirittura insolenti Sonny & Cher, lui bruttissimo e lei molto bella, spesso vestiti di identici sfolgoranti pigiami di raso rosso: a Sanremo erano venuti per soldi, 30 milioni dicono, invece dei 15 mila dollari, nove milioni, che sono abituati a prendere per una serata. Magrissimo Antoine, camicia di raso giallo, cinturone d'argento, capelli accorciati di dodici centimetri e discorsi snob: "Festival molto, molto meridionale. Molto. Entri in sala e vedi un bruno con occhiali neri che canta una canzone; subito te ne vai, tomi dopo mezz'ora e c'è ancora un bruno con occhiali neri che canta una canzone... Poi tragedie, pianti, suicidi. Per le canzoni, che sciocchezza".
Nelle sale del Casinò si affollavano le anomalie della natura, a questo Festival numerosissime: i non più giovani nani del complesso I Surfs, Orietta Berti che è astemia ma ricava dal cibo una forma assai rara di ubriachezza esaltante, Gene Pitney dritto ma con la voce da gobbo, il capellone Ricki Maiocchi tanto brufoloso da aver bisogno di quattro strati di fondotinta di diverso colore per rendersi presentabile. Risuonavano discussioni in gergo, si imparava così che dire "canzone" è fuori luogo, molto più giusto dire "il pezzo": dato che più importante delle parole e della melodia è il "sound", l'atmosfera musicale, l'arrangiamento, le trovate sonore e vocali. Sciocco anche dire "canzone di successo", l'espressione esatta è "pezzo che fa Siae", cioè che viene frequentemente eseguito e permette di incassare sostanziose percentuali attraverso la Società autori ed editori. Più incontrollato il capo-complesso dei Giganti, un giovanotto con la barba: "Delle nostre canzoni sono entusiasta da morire, il fatto di venire a Sanremo con un pezzo da cabaret mi fa impazzire, per me la musica è soltanto un supporto per le parole, dato che oggi come oggi la canzone è messaggio. Quale messaggio? In generale direi un mondo migliore. La nostra canzone Proposta però ce l'hanno censurata, la parola protesta abbiamo dovuto toglierla da tutte le strofe".

"Che c'entra Morandi col Vietnam e i vietcong?"

Del tutto ingannevole quindi la rivoluzione dei giovani, la ribellione della generazione non compromessa, la cosiddetta "linea verde" che avrebbe dovuto avere a Sanremo la sua definitiva affermazione. "Green wave", ondata verde, è il nome dato a suo tempo dai critici americani allo stile e ai contenuti delle canzoni di protesta di Joan Baez e Bob Dylan: la linea verde italiana lanciata da Giulio Rapetti in arte Mogol (paroliere tra l'altro dell'indimenticabile successo di Tajoli Al di là: "Al di là dei limiti del mondo, al di là della volta infinita, al di là della vita, al di là delle stelle ci sei tu amor") si distingue per un atteggiamento di ottimismo e speranza, per un accomodante qualunquismo che consente l'esibizione televisiva e non irrita nessuno. Un vero tradimento.
Lo ha sottolineato con forza Mondo Bear, organo ciclostilato dei capelloni milanesi e interessante pubblicazione: l'editoriale sfida "costruite pure i vostri Polaris, ci orineremo sopra e lord Russel riderà con noi"; succosi argomenti quali l'esistenza di Dio, l'introduzione al buddismo e l'espansione linguistica dell'erotico vengono sobriamente trattati in diciannove righe da autori di nome Agor o Renzo. L'esperto musicale Adriano Mazzoletti trova invece naturale questo tradimento, si irrita anche: perché un cantante da palcoscenico o addirittura da stadio come Gianni Morandi deve mettersi a cantare di Vietnam e vietcong, che c'entra? Perché invocare fiori in cannoni che in Italia non sparano affatto, perché non occuparsi dei fatti nostri? D'accordo però che la costruzione della burocrazia o la crisi dell'istituto familiare sono difficilmente musicabili; e il povero Tenco, che ha provato a trattare nella sua canzone il problema assai italiano della fuga dalle campagne e dello straniamento del contadino inurbato, si è visto come è andato a finire. Ma tutto il resto, false proteste comprese, è malafede, è truffa. "Tutte canzoni costruite per prendere in giro la gente, per indurre i ragazzi a comprare i dischi", conferma vivamente Renzo Arbore, autore di Bandiera gialla, la trasmissione radiofonica di maggior successo tra i giovani. "I ragazzi è così facile abbagliarli: basta che in una canzone sentano le parole pace libertà e mondo migliore, son tutti contenti e comprano. Però è un'operazione immorale." Entrambi concordi in ogni caso nel sostenere che il pubblico italiano, salvo circa 100 mila ragazzini, è ancora quello di Granada, del patetismo facile, della mamma, di Claudio Villa: ancora e sempre.

Ascoltano Villa per vederlo sconfitto

Qualche centinaio di quei 100 mila ragazzini aspettava Claudio Villa all'uscita del Casinò la sera della sua vittoria. Gli hanno gridato furiosi: "Bidone, bidone, grandissimo bidone", lo hanno fischiato e aggredito, travolto e malmenato, hanno tempestato di pugni esasperati la sua macchina, la sua mamma e la sua guardia del corpo. È volato anche qualche sasso. Sono intervenuti i carabinieri, affannati e spaventati. Lui, niente. Duro.
Vittorioso e imperturbabile, neppure mezz'ora dopo dice: "Nella mia felicità non c'è assolutamente il senso del "tie', becchete questo, t'ho fregato anche stavolta". Io in palcoscenico non sono modesto, tu mi conosci, la graffiata se la devo dare la do, ma dopo divento umilissimo. No, sono felice soprattutto perché la vittoria me l'hanno data giurie composte prevalentemente di giovani. Questo significa che i giovani non sono poi sempre cretini, che certi valori esistono e che quando la gara è veramente canora tutti li riconoscono".
A parte i valori canori, qualcosa lo accomuna ai cantanti preferiti dai giovani, ed è lo spreco generoso di energia atletica, la mancanza di avarizia nel darsi al pubblico. Esattamente come i complessi beat più sfrenati, Villa grida, si ammazza di fatica, si sgola, produce moltissimo rumore, offre una performance fisica totale, estrema. Assai soddisfacente per un pubblico che assiste agli spettacoli con il desiderio crudele di vedere qualcosa di definitivo e che di un cantante o di un attore, come di un calciatore o di un pugile, vorrebbero vedere il sangue o almeno l'umiliazione morale. Non è certo una novità che l'atteggiamento del pubblico popolare sia sempre sadico, ma nel caso di Villa il rapporto diventa addirittura sadomasochistico: lo ascoltano per vederlo morire, per proclamarlo finalmente sconfitto, per essere presenti alla caduta del suo lungo regno. "Gianni Morandi e il Claudio Villa degli anni Sessanta, il cantante che dura", dice il direttore generale della Fonit-Cetra, Zanoletti. Ma Claudio Villa è sempre qui e non ha alcuna intenzione di far testamento.

"Tenco? Bang bang"

Arrivano i Rokes, quattro giovanotti inglesi in capelli lunghi e tailleurini di tweed, incidono Che colpa abbiamo noi? e ne vendono 490 mila copie. Ovviamente è il momento dei complessi: e invece no, i complessi in genere non vendono granché. Gli imprevisti sono tanti, ma la pubblicità non fallisce mai: in tre giorni i dischi di Ciao amore, ciao di Tenco sono andati esauriti non solo a Sanremo, ma anche a Roma, a Milano, a Genova, a Torino. È proprio indispensabile per avere successo portare parrucche bionde o divise da SS, sposarsi o ammazzarsi? "Il pubblico chiede il personaggio, non c'è niente da fare, e il personaggio, se ben centrato, funziona; chi compra la Caselli è suggestionato dal casco d'oro." Ma il grande venditore non è Gianni Morandi, il ragazzo qualunque? "Sì, ma che c'entra? Morandi è uno dei loro."
Loro sono naturalmente i ragazzi dai dodici ai quindici anni. Non di più. Gli unici che comperino dischi. (...)
Quanti cadaveri, al XVII Festival di Sanremo. I giovani sconfitti, la canzone di protesta nata morta, la via italiana del beat fallita, lo yé-yé finito, il disco condannato. Per non parlare del cadavere orribilmente sfigurato di Tenco, trasportato via in segreto con fretta indecente, seppellito in solitudine. Subito dimenticato. Persino irriso da certi colleghi cantanti con battute atroci come "adesso ha finito di protestare".
Definitivamente liquidato dal capellone milanese che alla domanda "E Tenco?", squaderna pollice e indice delle mani, prende la mira, ride e spara intonando: "Bang bang".

Lietta Tornabuoni


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