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Da "Big" febbraio 1967

... e un bel giorno dire basta e andare via...

Ciao amico ciao

Sanremo, gennaio
Mi sembra assurdo essere qui a scrivere di lui in queste circostanze. Le lacrime annebbiano la vista dell'arido foglio di carta ed il dolore attanaglia il cuore e la mente. Ero troppo amico di Luigi. L'unico vero amico, forse, che io abbia mai avuto, perché la nostra amicizia era nata da rapporti di stima reciproca, dalla coscienza di vedere tutti e due allo stesso modo le cose di questo mondo.
Del resto, a parte le identità di vedute, chi, conoscendolo, non avrebbe potuto volergli bene? Luigi Tenco era un generoso, un altruista. I suoi principii, sacrosanti, non li poneva al servizio della sua carriera e del suo successo. Voleva, anzi, che servissero di sprone ad altri che magari, secondo il suo giudizio (ma sbagliava) avrebbero potuto applicarli meglio di lui. E lui si contentava di poter indicare la strada.
Assieme a Gianfranco Reverberi, avevamo tutti e tre iniziato un movimento per il folk italiano. Ho già avuto occasione di parlarne. Si trattava di restituire una dignità ed un senso alla nostra canzone, inserendo un filone nazionalpopolare su esperienze formali oggi internazionalmente accettate. Luigi era orgoglioso di questo progetto e la RCA (la casa discografica) lo aveva appoggiato in pieno.
Si erano anche fatte tre conferenze stampa a Milano, a Torino ed a Roma, nel corso delle quali lui, con l'abituale sincerità ed il suo splendido disinteresse, non aveva esitato ad indicare i nomi di altri cantanti e di altre canzoni, come ad esempio, il Modugno del "Pesce spada" e il Celentano del "Ragazzo della via Gluck".
Sulle prime i dirigenti della sua casa discografica erano rimasti perplessi. Ma come, avevano giustamente considerato, noi sosteniamo le spese per fare conoscere te e le tue idee e tu poi, te ne vai in giro a parlare ed a fare gli elogi degli altri?!
Poi, però, e va detto a tutto loro merito, lo avevano capito. Perché avevano capito di aver a che fare con un uomo vero, con un poeta autentico, così diverso dai tanti altri squallidi personaggi che vivono e vegetano, magari con più successo di quanto ne può aver avuto Luigi, nel mondo della canzone. E lo avevano lasciato fare.
Proprio per questo, comunque, Luigi Tenco si era deciso ad andare a Sanremo. Ricordo ancora la prima volta che mi fece sentire, sulla chitarra, la musica di "Ciao amore, ciao". Ero andato nel suo appartamentino per vederci insieme lo show che qualche tempo prima aveva registrato in TV. C'erano delle ragazze ed un altro nostro amico. Anzi, durante la trasmissione, le ragazze andarono in cucina a prepararci gli spaghetti e lui se ne ebbe un po' a male.
"Ma come - mi disse - sono venute per la trasmissione o per gli spaghetti?"
Perché era fatto così. Anche se fingeva di non darci importanza, in realtà era sensibile alle cose del suo lavoro. Comunque, terminata la trasmissione, mi fece appunto ascoltare il brano. Era convinto, nella sua ingenua fiducia, che avrebbe potuto essere il mezzo migliore per far capire di fronte alla più immensa delle platee che cosa intendesse quando parlava di folk italiano e di una protesta, valida in quanto non riferita a modi e schemi già collaudati altrove.
Purtroppo, fui anch'io entusiasta dell'idea e ancora oggi non so darmene pace. Forse, se non fossi stato preso dalla bellezza, dalla sincerità, dalla nobiltà di quella musica, avrei potuto dissuaderlo dal venire a Sanremo. Invece le mie uniche riserve furono sul testo, che poi lui cambiò. Per il resto mi illusi anche io. Uno sbaglio tremendo, assurdo, perché, a differenza di Luigi, io conoscevo e conosco benissimo quale squallida farsa sia questo maledetto Festival della Canzone Italiana dove ogni serietà vera, ogni vera nobiltà d'intenti è assolutamente bandita, quando non è derisa o vilipesa.
Poi, i giorni della vigilia. L'incisione del disco rifatta per tre volte. L'ascolto di quello di Dalida, del quale Luigi era entusiasta.
"Sono solo un cantautore - diceva - ma con Dalida ho ottenuto il cavallo giusto per il festival".
Povero Luigi. Ancora una volta si illudeva, ed io con lui. A Sanremo infatti la bravura non conta. Se non si è ruffiani, se non si hanno maniglie, l'arte, la serietà d'intenti non servono. L'assurdo, iniquo verdetto della speciale commissione di "ripescaggio" al termine della prima serata, lo dimostra ampiamente.
Ci sarebbero molte cose da dire in proposito. Ma non voglio farlo. Almeno in questa sede, anche se poi, tutti, ma proprio tutti i nodi dovranno venire al pettine. Ora il mio compito è di parlarvi di lui. Del cantautore che aveva sempre precorso i tempi dimostrando una chiarezza di idee, un intuito umano quale nessuno, prima di Luigi, ha mai avuto e ben difficilmente nessuno, dopo Luigi, avrà mai.
Il fatto è che Luigi Tenco non era un cantautore nel senso che oggi si dà a questo termine. Per lui le canzoni erano il modo per esprimere una visione del mondo, una dignità umana, con un mezzo immediato e facilmente accettabile anche dal grosso pubblico. Tanto è vero che avrebbe voluto, dopo Sanremo, andarsene in giro, lui che non si era mai esibito in pubblico, a cantare le sue canzoni nelle fabbriche, nelle scuole, presso i giovani e la povera gente.
Un politico, forse, ma non nel senso volgare che oggi in Italia ha assunto questo termine. Forse meglio sarebbe definirlo un uomo con le idee chiare, moralmente impegnato a divulgarle.
Proprio per questo, dopo aver accettato la protesta, oggi protestava contro quelli che protestavano, contro tutti coloro che in una idea avevano solo visto il mezzo per far quattrini, magari, trasformandola in qualche cosa di reazionario in modo da renderla ancora più facilmente commerciabile.
In questo senso, anzi, bisogna comprendere il suo tragico gesto, anche se non si può giustificarlo. L'ultimo disperato grido di un ribelle, di un altruista, di qualcuno che, pur amandola intensamente, giunge fino a sacrificare la propria vita, affinché gli altri aprano finalmente gli occhi ed agiscano in conseguenza.
E' l'ultimo, disperato, messaggio di chi non riesce ad inserirsi, ma vuole, nel più sconsolato dei modi, essere capito, amato ed apprezzato per gli insegnamenti che può dare.
Noi, i suoi amici più veri, tutto questo lo abbiamo capito ed il nostro dolore è quindi ancora più profondo.
Perché gli altri, quelli che si trovano meravigliosamente inseriti nel mondo ipocrita e crudele che ci circonda, una volta asciugate le lacrime di coccodrillo che era d'obbligo versare, continueranno per la loro strada. Dimenticando nel più disinvolto dei modi che la fine di Luigi Tenco pesa, e in maniera inequivocabile, sulle loro coscienze e che, prima o poi, saranno inesorabilmente chiamati a renderne conto.

Piero Vivarelli


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