Make your own free website on Tripod.com
Dal "Radiocorriere Tv", mercoledì 01 febbraio 1967

Sanremo: nevrosi e canzoni

Protesta calibro 7,65

di Ugo Zatterin

Sanremo, gennaio

A mano a mano che si avvicinava il momento di cantare, tutti i protagonisti del Festival si facevano tesi e spauriti. Per i più giovani e i novizi era il momento di pescare dal mazzo la carta del loro futuro. Per i veterani il gioco significava il rilancio o, quasi sempre, l'inizio del declino. Per di più non c'era a Sanremo il solito «play back», quel comodo sistema di registrazione preventiva, che garantisce contro gli effetti del panico e non fa mai venir meno la voce e l'intonazione, mentre tutta la fatica di chi canta sta nel muovere bene le labbra e nel gesticolare come se cantasse. E ciò rendeva più terrorizzante l'azzardo dei prossimi tre minuti, che dovevano sembrare, a gran parte dei concorrenti, come gli attimi definitivi che dividono, in una navicella spaziale, l'entrata in orbita dallo sfacelo. Ma la nevrosi che faceva cereo, contratto, allucinato il volto di Luigi Tenco, in procinto di salire sul palcoscenico, veniva da più lontano e - dopo poche ore l'avremmo capito - andava più lontano. Mike Bongiorno per rincuorarlo, dietro le quinte, gli aveva dato una lezioncina di pronunzia, ripetendogli la retta dizione della parola «folk» che da qualche tempo era diventata la più cara a Tenco. Non bastò a scuoterlo. Si avvio al microfono borbottando: «Questa è l'ultima, poi la faccio finita». Bongiorno pensò che minacciasse di non cantare più se fosse stato eliminato. Non cantò al suo livello abituale, i teleschermi mostrarono un uomo stupefatto, a tratti dissociato. Annaspò nel ritirarsi come il pugile colpito che stenta a ritrovare il suo angolo sul ring. Deluso dai risultati, che avevano dato la sua canzone tra le ultime nel voto delle giurie popolari, rifiutò di cenare con gli amici della RCA, s'abbandonò ad una folle corsa in macchina fino all'albergo, scrisse una confusa protesta contro il pubblico al quale aveva «inutilmente dedicato» cinque anni della sua vita, si sparò un colpo alla tempia.

L'estrema prova
Tra i cantanti del Festival, come diranno poi quanti lo conoscevano intimamente, Tenco era il più fragile ed esposto alla furia della delusione, che è l'alternativa dei vinti al successo travolgente dei vincitori. Sanremo '67 appariva a lui, angosciato, l'estrema prova. Doveva averlo deciso almeno dal 27 novembre, giorno in cui aveva acquistato una rivoltella Walter calibro 7,65, con un caricatore e ventiquattro proiettili. La sua ultima canzone era nata, come tante altre di Tenco, da una rabbia anticonformista e poetica troppo rigorosa ed impegnata per essere popolare. Il testo, nel quale col senno di poi tanti vollero vedere un presentimento o un estremo messaggio, significava grosso modo la storia d'un contadino inurbato, sognatore e deluso. Tenco aveva accettato con gran sacrificio di modificarla, secondo i consigli dei suoi discografici, aggiungendovi quel ritornello «Ciao amore, ciao», massima concessione al pubblico che colma le balere e acquista i 45 giri. Per scrupolo di coerenza aveva persino teorizzato il compromesso, inquadrandolo in un nuovo genere di «folk song» italiano, al quale prometteva di dedicarsi d'ora in poi, se questa prima esperienza gli avesse dato soddisfazioni.
Ma della sua doppia anima di cantautore, non era l'autore che gli dava le più intime angosce. Canzoni buone ne aveva composte, ma altri cantanti le avevano portate al successo: Peppino Di Capri aveva lanciato "Quando", Johnny Dorelli "Angela" e "Mi sono innamorato di te". Se "Ciao amore, ciao" avesse sfondato a Sanremo, il merito sarebbe stato senza alcun dubbio di Dalida. Quanto a diritti d'autore Tenco non se la passava male. Ma Tenco cantante? La sua popolarità era rimasta a mezza strada, un successo di stima, come si dice; niente che lo avvicinasse ad un Morandi, per esempio, o ad altri famosissimi e pagatissimi più giovani di lui, che andava ormai per i 29 anni. Molti di quei ragazzini lo avevano prima imitato, poi superato. O forse lui era partito troppo presto, ed era rimasto il beat avanti lettera che Luciano Salce gli aveva fatto interpretare nella Cuccagna, un film, anch'esso, di poca fortuna. A Sanremo dunque era venuto per chiedere il successo pieno, clamoroso, popolare, a nove colonne.

Un disadattato
Ma ci credeva poi? Gli ultimi discorsi, ricostruiti dopo il suicidio, tradiscono la logica e lo sconforto del fallito. La mattina prima di uccidersi aveva rimproverato il suo amico Marcello, dei «Ferial»: «Se non mi avessi insegnato a suonare il sassofono, cinque anni fa, ora sarei già un bravo ingegnere». Ma con quel fondo di permanente sfiducia e solitudine, probabilmente sarebbe arrivato al suicidio anche se, diventato ingegnere, fosse stato poi superato in carriera da un collega più maneggione di lui. Si è tolta la vita per una canzone sfortunata, soltanto perché aveva abbandonato l'università, aveva impugnato il sassofono in un complessino, e aveva stretto amicizia con Gino Paoli e Umberto Bindi. La cosa più facile, a questo punto, sarebbe incorniciare il caso Tenco nel caravanserraglio pazzo e cinico d'un Festival di canzoni e di milioni; o in prospettiva più vasta, nel disordine e nelle contraddizioni d'una società, contro la quale egli protestava, a suo modo, da tanti anni. Iniziative spettacolari, industriali e turistiche, come quella di Sanremo, affascinando i giovani con promesse di successo rapido e di danaro copioso, li espongono a prove incerte, crudeli, per superare le quali sono necessarie, oltre la voce e gli abiti strani e i capelloni (o le basettone) e una Casa discografica alle spalle, anche e soprattutto il sostegno di un carattere maturo e d'una ferma coscienza. Tenco era un debole, clinicamente un disadattato. La sua protesta, anche se non era di maniera come quella correntemente spacciata da altri autori e cantautori di gran moda, era sostenuta più da una nevrosi che da una cultura e da un carattere: e l'errore più grave che si possa commettere, in questo tempo che sembra consacrarsi con furore al «problema dei giovani», sarebbe di scambiare per «protesta» il semplice disadattamento o prender per meditate aspirazioni gli sfoghi d'un alienato.
Tenco ha trovato nell'industria della canzone, anziché in quella dell'automobile o delle macchine calcolatrici, la genesi e l'occasione della sua crisi. È mancato a lui, come a tanti altri portati dall'angoscia allo sconforto e dallo sconforto al suicidio, chi gli insegnasse che la protesta vera è insieme consapevolezza e coraggio morale, non il debole castello poetico di chi, dopo aver cantato messaggi e astratte palingenesi, si sottrae con un colpo di pistola alla responsabilità di realizzarle. Ma chi l'avrebbe fatto?
A salutare la sua salma, al momento della partenza quasi clandestina, c'erano, col fratello, tre fotografi e alcune donnette. Non uno degli amici che la notte prima avevano versato fontane di lacrime, raccolto vistose condoglianze, avevano posato per i cineoperatori e s'erano fatti intervistare dai radiocronisti di mezzo mondo in un'orgia di isteriche e assurde recriminazioni, dove affetti e interessi si mescolavano, pur senza riuscire mai a confondersi. Non un fiore, ad eccezione di quelli che il fratello aveva pregato un vespillone di procurare. L'universale legge della jungla non risparmiava nemmeno la Riviera dei fiori. La tragica inutile protesta di Luigi Tenco era durata meno d'una nottata, l'effetto di poche gocce di simpamina.


(Si ringrazia Claudia - una nostra assidua e simpaticissima lettrice - per averci inviato l'articolo)


HOME PAGE - WEB FORUM - E-MAIL