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LUIGI TENCO ALLE PROVE DI SANREMO 67 INTERVISTA A PIER PAOLO PRIGIONE


Pier Paolo Prigione, 30 anni, di Alessandria. È dunque un conterraneo di Luigi Tenco colui che si appresta a girare un film sul nostro cantautore. Ecco il resoconto di una intervista che ci ha rilasciato a proposito di questo suo futuro impegno professionale. Il film, scritto insieme Marco Buttazzi (autore di una inchiesta giornalistica sulla morte del cantautore, ha anche collaborato alla recente biografia di Aldo Fegatelli su Tenco), si dovrebbe intitolare "Quello che vedo", sarà pronto entro un anno e racconterà la vita di Luigi Tenco tra il 1960 e il 1967. Tra i progetti futuri, perché no, la Biennale di Venezia?

D: Come le è venuta l'idea di un film su Tenco, a quasi 40 anni dalla sua morte?
R: È più importante forse dire come si possa non aver pensato ad un film su Tenco in 35 anni. Un personaggio così forte anche se complicato, la cui morte ancora è avvolta da un certo mistero. Mi stupisco che io, un ragazzo di 28 anni, debba analizzare gli anni '60 per fare un film, quando tanti altri registi che erano adolescenti a quei tempi avrebbero potuto farlo prima di me. È imbarazzante per certi versi: io in quegli anni non ero ancora nato ma la forza delle canzoni di Tenco mi ha spinto a questo.

D: Scrivendo il film, quale opinione si è fatta dell'uomo Luigi Tenco?
R: Un personaggio controverso, geniale per certi versi, altre volte mi è sembrato un eroe che, come arma, aveva la sua cultura e le sue canzoni. In altri momenti l'ho identificato come un utopista, legato a certi miti e certi valori che lo avrebbero portato lontano dal mondo. Aveva la capacità che hanno avuto pochi (cito ad esempio Pasolini) di capire, osservare ed anticipare con un certo distacco i tempi. Era molto critico nei confronti degli atteggiamenti ipocriti ed egoistici che governano l'uomo; aveva degli ideali forti che non ha scordato neanche sul palco di Sanremo.

D: È un film per la televisione o per le sale cinematografiche?
R: Io e Marco Buttazzi, il mio coautore, siamo dei professionisti che attraverso il cinema, visto come arte, cercano di esprimere e comunicare, come faceva Tenco con le canzoni. Perciò sarà un film per le sale cinematografiche. Io cerco di dire delle cose con i film, cose scomode e spesso dimenticate, e questo non lo si potrebbe fare con un film per la televisione. Se non avessi niente da dire, probabilmente farei anche quel tipo di film. Dovrei aggiungere però che il 70% dei film per le sale non servono e non dicono nulla: se non sono retorici sono didascalici o superficiali. Invito quindi a distinguere i film comici che vanno tanto in Italia dai film stupidi. Il cinema non è un locale di intrattenimento, per quello c'è la televisione, la discoteca, la birreria. Ecco, il cinema non è un'alternativa a questi posti, questo è bene che il pubblico cominci a capirlo. Io cerco di essere onesto con chi entra in sala e paga un biglietto, non voglio ingannare il pubblico. Io stesso non vado al cinema per non buttare via i soldi nei film americani che sembrano cartoni animati o in certi film europei che non comunicano nulla.

D: In un periodo in cui vengono prodotti molti film TV di carattere biografico, come si può inquadrare questa sua opera, che va in controtendenza?
R: Penso che il film TV serva a narrare la storia di un uomo senza dire nulla. È quindi un atto di poco coraggio nei confronti di una persona che invece, con un film per il cinema, deve dire delle cose perché non si può ingannare un pubblico che paga un biglietto. È quindi questione di onestà: in televisione i film TV non dicono nulla, ma dopotutto (a parte il canone di abbonamento) il pubblico li vede gratis, in un piccolo schermo, con il misero audio di un televisore, in casa tra una telefonata, un discorso con i parenti, una citofonata e altro. Quindi sono due cose diverse.

D: Come avete deciso di affrontare la spinosa questione della morte del cantautore?
Io e il mio coautore Marco Buttazzi non lo abbiamo mai deciso. C'è stata la necessità di dire qualcosa di forte, entrambi ammiravamo Tenco per le sue canzoni. Per me è sempre stata una sconfitta sapere che la gente conosce Tenco solo per la sua morte a Sanremo, i giovani non conoscono le sue canzoni, alcuni non l'hanno neanche mai sentito nominare. Molti invece non conoscono il grande uomo che era, la sua forte morale e la sua cultura. Ecco per noi era importante far sapere chi era l'uomo e non quel cantate famoso per la sua morte. Per questo, il film racconterà i suoi ultimi 7 anni di vita: lo vedremo lottare contro il suo tempo e infine soccombere.

D: Come avete deciso di mostrare quei favolosi anni 60?
R: Ciò che a noi interessava narrare, era l'opera di un uomo che con le canzoni si ribellò all'oblio degli anni 60. Uso il termine oblio perché quei favolosi anni 60 in realtà furono una pagina povera della storia morale del nostro Paese. La popolazione veniva comprata con il benessere e dal boom economico che la faceva credere più libera. Ti permettevano di comprare la radio ma tu potevi ascoltare solo quello che volevano loro, difatti il primo 33 giri di Tenco fu quasi totalmente censurato e quindi mai ascoltato. Ti permettevano di comprarti la televisione ma ti facevano vedere solo quello che volevano loro. Non si poteva inquadrare il viso di Milva a causa delle sue labbra giudicate troppo provocanti. Fece scandalo Celentano che a Sanremo voltò le spalle al pubblico. I capolavori del cinema Italiano di Fellini, Visconti e Antonioni venivano censurati, tagliati, accorciati. Tutto nel nome della cosiddetta morale. Se oggi una certa realtà italiana è così violenta è anche per colpa di quegli anni. Adesso viviamo uno sfogo come reazione alle repressioni passate. In questo quadro storico si colloca Tenco, con le sue canzoni, con le sue melodie che servivano a comunicare certe realtà.

D: Avete già deciso quale attore interpreterà la parte di Tenco?
R: Non ancora. Di sicuro non saranno attori noti, come chi ha bisogno di comparire sui rotocalchi perché si parli di loro, in quanto come attori non valgono nulla. Tutti vogliono recitare ma in realtà per molti conta di più la notorietà che il mestiere. Per questo preferisco l'umiltà di un giovane attore sconosciuto e anche bravo, oppure mi potrei sempre appoggiare ad attori non professionisti. Le tette e i culi, quelli li lascio alla televisione che giustamente ne ha bisogno.

D: Il titolo del film?
R: Inizialmente aveva cominciato a circolare un titolo provvisorio "Vedrai, vedrai" che era anche una canzone di Tenco. Quel titolo era però così provvisorio che oggi nelle varie stesure e cambiamenti della sceneggiatura (sia chiaro, io ancora oggi ci continuo a lavorare sopra) è diventato "Quello che vedo".

D: Si dice che il cinema italiano sia in ripresa, lei che ne pensa?
R: Solo per quei cinque o sei film che hanno avuto successo? Ripresa del cinema, si fa presto a dire. Anche nei primi anni 90 si parlava di ripresa del cinema Italiano con l'arrivo di Martone, D'Alatri, e molti altri. Vorrei sapere però che fine ha fatto il Martone di "Morte di un matematico Napoletano". Non credo nella ripresa, quelli che si citano, i Soldini, Muccino, Moretti sono sempre casi isolati, però nel cinema c'è posto per tutti, visto i tanti debuttanti che fanno film senza un vero motivo. Comunque tra i tanti, ogni anno, si mette sempre in mostra un bravo giovane regista, speriamo che sia così anche per me.



Qualche anno dopo quest'intervista, in seguito alla notizia dell'autopsia su Luigi Tenco, lo abbiamo di nuovo intervistato.

D: A che punto è la realizzazione del film? Perché non è ancora uscito?
R: Il film su Tenco aveva suscitato l’attenzione della commissione cinema che assegna il finanziamento per film di "interesse culturale nazionale". Tutto però è andato perso con l’applicazione delle nuova legge sul cinema di Urbani. Una legge che dimezza i finanziamenti con la presunzione che il restante debba essere trovato tramite sponsor e marchi all’interno del film. Peccato che Urbani quando ha fatto questa legge non sapeva, e non l'ha nemmeno verificato, che le aziende grosse o piccole non hanno alcun interesse a inserire il proprio marchio in un film. Non c’è nessun ritorno d'immagine e non è per niente conveniente. Difatti così è stato e quindi ora è molto più difficile fare un film.

D: Quindi, qual è la salute odierna del cinema italiano?
R: Oggi, e la legge sul cinema di Urbani non ha fatto che rafforzare la cosa, c’è una lobbie di potere nel cinema come nell’economia e nella politica che consente solo ai soliti 30-40 registi di fare film e non permette un ricambio generazionale. Secondo poi alcuni membri della commissione che ha selezionato le opere per il Festival di Cannes 2005, i film italiani sono tra i più brutti al mondo e ciò non è solo emerso in quel contesto ma in molti altri festival e rassegne cinematografiche internazionali, fino anche ad arrivare alla nostra Biennale di Venezia. Quindi questa lobbie di potere, formata da una decina di produttori che hanno chiuso le porte al cinema dei giovani e alle nuove idee, in conclusione produce anche un pessimo cinema che fa disaffezionare il pubblico italiano. Ovviamente tolte eccezioni.

D: Cosa sta succedendo al cinema italiano?
R: Gli italiani non vanno al cinema e se ci vanno lo fanno per vedere solitamente film americani o stranieri. Questo perché il cinema italiano è brutto, non è capace di narrare delle storie, non ci sono sceneggiature e sceneggiatori validi (tolte alcune eccezioni). Stiamo sempre a parlare dei problemi giovanili o adolescenziali, dei problemi di coppia o d’amore da ormai 20 anni. In questo periodo, film come i Cento Passi non si potrebbero più girare perché i produttori cercano solo film tranquilli. I film in Italia non devono essere forti, non devono denunciare nulla, non devono raccontare troppo, non devono rischiare o sperimentare qualcosa. Il progetto particolare che potrebbe portare a realizzare un ottimo film a priori non lo si realizza. Ecco quello che è capitato un po’ per la sceneggiatura di Tenco che aveva l’handicap di dire delle cose forti e di raccontare lati oscuri di una vicenda oscura.

D: Cosa allora pensa di fare per il film su Tenco?
R: Dopo lunghe attese, dopo non aver ricevuto risposte da molte persone che non conoscono nemmeno l’educazione e non hanno nemmeno il coraggio di dirti di No, abbiamo deciso di cambiare la sceneggiatura allo scopo di realizzare un film a basso costo. Per questo cerchiamo aziende, sponsor, tutte le persone disposte ad aiutarci sia dal lato tecnico e artistico, sia per quando riguarda una co-produzione. In particolare questo progetto non potrà partire se prima non si avrà la certezza di una distribuzione adeguata nelle sale italiane.

D: Cosa augura al cinema italiano di domani?
R: Spero che in futuro nascano nuovamente due figure professionali che una volta avevamo e che nel corso degli anni sono andate perse. Penso a tutti i grandi sceneggiatori che hanno fatto la storia del cinema mondiale mentre oggi non c’è nemmeno più considerazione per questo mestiere e solitamente un regista è anche soggettista e unico sceneggiatore. La differenza che passa tra un film degli anni 60 ad uno degli anni 90 la si vede già da subito, dai titoli di testa. Una volta un film era firmato da 4-5 sceneggiatori ora al massimo da 2, di cui uno spesso è anche il regista. L’altra figura professionale che dovrebbe rinascere è quella del produttore. In questi ultimi 30 anni, quasi tutti i produttori italiani, davanti ad una buona sceneggiatura, si sono limitati ad opzionarla e a chiedere il finanziamento statale. Insomma, non si sono comportati da produttori che dovevano cercare in ogni luogo dei soldi, ma da semplici scribacchini che compilavano delle carte. Ecco cosa sono oggi il 90% dei produttori Italiani: segretari che inoltrano richieste e, quando non ricevono finanziamenti, allora chiudono il film in un cassetto e riprovano con un altro. La legge Urbani ha cercato di eliminare questo vizio, ma senza prima creare basi alternative e quindi ha ucciso il cinema italiano.



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