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UNA DELLE FOTO PUBBLICITARIE DI LUIGI TENCO LE CANZONI DI PROTESTA

Luigi Tenco intraprese la linea della "canzone di protesta" negli ultimi anni della sua vita, intuendo le nuove tendenze della musica internazionale, specie quella che arrivava dagli Usa, dove iniziava furoreggiare Bob Dylan.
Proprio di Bob Dylan fu una delle prime canzoni di protesta che Tenco cantò: era la versione italiana (tradotta da Mogol) di "Blowin' in the wind", una canzone contro la guerra che in Italia uscì nel 1964 con il titolo di "La risposta è caduta nel vento".
Si trattò comunque di un episodio isolato, vuoi perchè Mogol smise presto di essere il traduttore ufficiale di Dylan, vuoi perchè tra Mogol e Tenco non c'era grande simpatia (secondo ciò che Luigi confidò a Nanni Ricordi) e infatti le collaborazioni tra i due artisti si contano sulle dita di una mano.
Luigi comunque rimase in qualche modo segnato da Bob Dylan e dal genere musicale che rappresentava, tanto da nominarlo parecchie volte durante il suo intervento nel dibattito sul tema "La canzone di protesta" al "Beat 72" di Roma nel novembre 1966.

Già nel 1962, Luigi aveva scritto e pubblicato una canzone decisamente innovativa, "Cara maestra", dove vengono denunciate le ipocrisie della società perbenista dell'epoca:
Cara maestra, un giorno m'insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali
ma quando entrava in classe il direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti
[....]
Dopo aver preso di mira la maestra delle elementari, che gli aveva insegnato una falsa verità subito smentita dai fatti, la canzone rimproverava al parroco di addobbare riccamente la chiesa che invece dovrebbe essere la casa dei poveri, infine ricordava all'egregio sindaco i suoi trascorsi fascisti quando urlava ai suoi amministrati "vincere o morire".
Questa canzone costò cara a Tenco, come egli rivelò durante il già citato dibattito al "Beat 72" di Roma:
"Io appunto una volta avevo fatto una canzoncina che diceva: "Mio buon curato..." eccetera. Non era niente di terribile. Solo qua e là un filino di ironia. Risultato: due anni senza metter piede alla TV".
Sempre nel 1962, Tenco cantò la prima di una lunga serie di canzoni di successo scritte dal suo amico Fabrizio De Andrè, allora praticamente sconosciuto: era "La ballata dell'eroe", una riuscitissima canzone contro la guerra, che venne inserita nella colonna sonora del film "La cuccagna", nel quale Luigi aveva il ruolo di attore protagonista.
LUIGI TENCO E DONATELLA TURRI NEL FILM LA CUCCAGNA La storia vuole che Tenco dovette addirittura litigare con il regista del film, Luciano Salce, per fargli accettare la canzone scritta da quel suo amico; ma alla fine l'ebbe vinta e così in una suggestiva scena del film (nella foto a fianco) Luigi potè cantare la storia di un ragazzo mai più tornato dal fronte (una specie di anteprima della famosa "Guerra di Piero", dello stesso De Andrè):
Era partito per fare la guerra
per dare il suo sangue alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vendere cara la pelle
[....]
Tematiche antimilitariste che Tenco riprese in alcune canzoni scritte in seguito. Del 1964 è "La ballata del marinaio" dove viene descritto lo stato d'animo del militare di fronte alla morte di quel nemico che dovrebbe odiare, ma che invece ha lasciato a casa, come lui, moglie e figli:
[....]
Un marinaio in mezzo al mare
il suo nemico ormai è andato a fondo
però qualcosa è rimasto sulle onde
e lui va a vedere cosa mai può essere
trova il ritratto di una donna e qualche lettera
sogni di un uomo andato a fondo.
Nel suo ultimo album inciso per la Rca nel 1966, Luigi arriva forse al punto più alto (per l'epoca) di protesta e impegno antimilitarista, antirazzista e antifascista, con "E se ci diranno":
E se ci diranno che è un gran traditore
chi difende la gente di un altro colore
noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
fare cose di cui ci dovremmo vergognare
noi risponderemo, noi risponderemo:
(coro) no no no no...
[....]
Nello stesso album, si possono ascoltare altre canzoni di protesta, che però si concentrano sulle ipocrisie della società di allora.
Con "Io sono uno" i bersagli sono generalizzati, ma il riferimento è spesso per i personaggi politici:
[....]
Io sono uno che non nasconde le sue idee
questo è vero, ah, ah, ah
perchè non mi piacciono quelli
che vogliono andar d'accordo con tutti
e che cambiano ogni volta bandiera
per tirare a campare.
Ascoltando questo verso, a molti devono aver fischiato le orecchie, non credete? ;-)

Più specifico il bersaglio di "Ognuno è libero". Qui Luigi si schiera apertamente dalla parte di quelli che all'epoca venivano bollati con disprezzo con il termine di "capelloni":
Cosa c'è di strano, da guardare tanto
forse perchè noi non siamo
vestiti bene, pettinati come voi.
Beh se non vi piace così come siamo
non vi resta che voltarvi dall'altra parte
e non far caso a noi.
Ognuno è libero di fare quello che gli va.
[....]
Un impegno genuino, sincero, quello di Tenco, che si opponeva a quella che lui definiva la "finta protesta" italiana, orientata genericamente contro la guerra (mettete i fiori nei cannoni, ecc.). Ecco cosa disse durante il già citato dibattito al "Beat 72" di Roma:
"I giovani in America protestano perché l'America è un paese in guerra, perché i suoi ragazzi stanno in questo momento partendo, molti vanno a morire... Ma da noi, qui, la guerra, la protesta contro la guerra, non prende nessuno. Noi abbiamo mille altre cose contro cui protestare. Possiamo protestare contro il clericalismo, l'affarismo, la corruzione, la mancanza di una legge sul divorzio, gli scandali a ripetizione, il qualunquismo, la burocrazia bestiale... e questa protesta non viene mai fatta. Preferiamo scimmiottare le proteste americane, cosa oltretutto facilissima qui in Italia, dato che non c'è nessuno che si senta pizzicato quando tu gli dici che è sbagliato morire, viva la pace, eccetera. Parlagli del divorzio, della mafia e di altre faccende che scottano, e allora vedrai che la gente si arrabbia e ti dà addosso..."
E durante una delle sue ultime interviste, concessa durante le prove del Festival di Sanremo 1967 a "Il Secolo XIX", riferendosi alle canzoni degli altri concorrenti, disse:
"Dicono, anzi cantano, che vogliono mettere i fiori nei cannoni. Grazie. E chi gli ha mai detto il contrario? Chi ha mai detto: no, io, nel mio cannone, ci metto i proiettili perché mi piace ammazzare la gente? Poi, lasciamo perdere, è proprio una buffonata: questi una cosa vogliono, i soldi, e siccome c'è l'industriale che può darglieli, mandano avanti la storia della protesta"
Più esplicito di così non avrebbe potuto essere...
Comunque, Tenco non aveva abbandonato l'impegno contro la guerra, solamente egli preferiva dare alle sue composizioni dei connotati intimisti che i suoi colleghi contemporanei neanche erano capaci di immaginare (salvo De Andrè, si capisce).
Ad esempio, Luigi aveva scritto una versione antimilitarista di "Ciao amore ciao", che però venne scartata a favore della versione (incentrata sul problema dell'immigrazione) che venne presentata al Festival di Sanremo 1967.
La versione antimilitarista venne pubblicata postuma nel 1972 con il sottotitolo di "Li vidi tornare" e narrava la guerra vista con gli occhi ingenui del bambino che vede i soldati marciare per il fronte, ma poi chiede a tutti perchè non li ha ancora visti tornare a casa:
[....]
Avrei dato la vita per essere con loro
dicevano: "Domani, domani torneremo".
Aspettai domani, per giorni e per giorni
col sole nei campi e poi con la neve,
chiedevo alla gente: "Quando torneranno?"
la gente piangeva, senza dirmi niente
e da solo io cantavo in mezzo ai prati...
Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.
[....]
E mentre stava partendo per Sanremo, Luigi aveva registrato in un provino la sua traduzione, in italiano, del celebre "Le deserteur" di Boris Vian, intitolata per l'occasione "Padroni della Terra".


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